Cara Icchia,
certamente la notizia non ti sarà sfuggita. L'esempio -ancora una volta- ci viene da Oltralpe: come evitare la demolizione di uno storico edificio per fare spazio alla posa di nuovi binari alla stazione di Zurigo-Oerlikon? "Elementare Watson": spostandolo 60 metri più in là. L'incredibile salvataggio è stato reso possibile dall'accordo tra la città di Zurigo, le FFS, la ABB (proprietaria dell'immobile) e la società immobiliare Swiss Prime Site. Costo dell'operazione? 11 milioni di franchi. Verrebbe da dire: è proprio vero che quando c'è la volontà politica (e anche i soldi)... tutto è possibile!
Ortica
SIS (Salviamo il Salvabile) è un inno alla protezione dei beni che troppo spesso spariscono dalle città. SIS vuole segnalare, far riflettere, sensibilizzare, unire le forze, re-agire prima che non ci sia veramente più nulla ... da salvare! Icchia e Ortica
SEGNALATE I LUOGHI DEL CUORE E DELLA PANCIA
QUALE LUOGO AMATE E QUALE DETESTATE? COSA SUSCITA IN VOI? SEGNALATELO CON SCRITTI, FOTO, COMMENTI, FATELO IN MODO ANONIMO, CON UNO PSEUDONIMO O CON IL VOSTRO VERO NOME MA PARTECIPATE AL SONDAGGIO DI SALVIAMO IL SALVABILE!
GRAZIE A TUTTI
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venerdì 8 luglio 2011
Costruire per chi?
Cara Icchia,
anche al Bertaccio a poco a poco le ruspe inghiottono quel che ancora rimane di un tempo. In via Regazzoni - dove, complice una modifica del PR approvata nel 1992, la zona è stata portata da R5 a R7- al numero 18 le ruspe hanno fatto il loro lavoro in previsione di una nuova edificazione. Appena più in là, al numero 16, resiste ancora una bella casa attorniata da palazzi. Un oggetto ben curato, con una magnifica vista e uno splendido giardino: un lusso, di questi tempi! Che però potrebbe presto essere sacrificato se il proprietario volesse -come è suo diritto- approfittare dei vincoli che gli permettono il maggiore sfruttamento del fondo, analogamente a quanto è già stato fatto due numeri più in là. Il PR precedente -come ci segnalano gli amici massagnesi dei Cittadini per il territorio- teneva ancora conto dell'importanza di conservare una vista aperta sulla città dalla stazione. Oggi, quell'ultimo brandello di vista sul golfo potrebbe scomparire.
| foto Cittadini per il territorio |
Un caso -l'ennesimo- di interesse pubblico e privato che non sempre collimano. I cittadini, a giusto titolo, rivendicano un freno alla cementificazione che avanza, ma questo deve comportare un ripensamento del PR che non penalizzi i proprietari di stabili d'epoca. Occorre chiederci: quale sviluppo vogliamo per la nostra città? Una crescita puramente quantitativa a beneficio di pochi o una crescita qualitativa a beneficio di tutti? Perché, come ha scritto ultimamente Raffaella Martinelli, "serve una crescita intelligente": "il territorio, nel suo insieme, è certamente un bene comune e il suo sviluppo è certamente un tema di primario interesse per tutti i cittadini che ogni giorno vivono la città".
Ortica
giovedì 7 luglio 2011
Il rispetto per l'esistente
Cara Ortica, ecco sottostante un articolo che ho trovato oggi su La Stampa. Buona lettura! Icchia
"Sono massicci, pesanti, inamovibili. Durevoli, immutabili, monumentali. A occhio si direbbe che nulla sia più solido di un edificio. Nulla più concreto di un progetto realizzato. Nulla più affidabile di una costruzione di mattoni. Mutui subprime e terremoti a parte, l’architetto inglese Edward Hollis smonta pietra dopo pietra tali false certezze. Ne svela - con aneddoti, fatti storici, dati architettonici alla mano - la natura di (non incolpevole) illusione. Risveglia con l’arma potente della narrazione stuoli di progettisti e cultori dal loro sogno: quello di una grande architettura atemporale e perfetta. E in una serie di tredici racconti - tutte storie vere, ma appassionanti e romanzesche come finzioni - narra La vita segreta degli edifici (Ponte alle Grazie, 365 pp. 22 euro) dei quali, in controtendenza con una secolare aspirazione europea, rifiuta di sottoscrivere il certificato di morte. «Aspira al funereo stato di monumento» l’architettura che si pretende a tutti i costi di conservare, che «per restare bella non deve mutare», nota provocatoriamente Hollis. Sa bene però che risibile suonerebbe la sua provocazione «al di là dei confini dell'Occidente». Oltre i limiti ristretti di un’Europa «afflitta dall’ossessione della durata», spiega. O, come in sintonia inconsapevole con Hollis rimarca lo scrittore Luca Doninelli nel suo Cattedrali (Garzanti, 273 pp. 18,60 euro) «presa dalla deplorevole passione per l’Autentico e l’Antico (due concetti del tutto incomprensibili a est di Bucarest)». I temi su cui tali considerazioni, estratte dalla lettura congiunta dei due testi citati, inducono a riflettere sono molti. La pratica della «tabula rasa» e della radicale ricostruzione di palazzi e città diffusa in Oriente e contrapposta alla protezione dei centri storici e alle politiche di conservazione squisitamente occidentali. Il rischio mortificante di trattare le opere architettoniche come sculture. L’ambiguo concetto di «autorialità» in architettura, disciplina in cui oggi più che mai il soggetto creativo attira i riflettori come una star, ma i cui prodotti sono sempre fatalmente consegnate al tempo, alla storia e all'uso imprevedibile di inquilini e fruitori. Le misteriose trasmigrazioni e trasfigurazioni del genius loci - l’anima di un edificio, una città, una civiltà - che inevitabilmente soggiace alle sue plurime reincarnazioni, alla mutevolezza del gusto, all’eterogenesi dei fini, all’alternanza dei regimi politici, agli scontri religiosi e ideologici. Ma questa è pura teoria. A scanso di vuote speculazioni (edilizie…) entrambi gli autori in questione preferiscono percorrere la via più avventurosa e avvincente della narrativa. È racconto autobiografico di viaggio quello di Doninelli che, in trasferta a Londra, Parigi, New York, Gerusalemme, sente via via pulsare il cuore di quei luoghi ai grandi magazzini Harrods o nel «ventre della città» ormai seppellito e già sviscerato a suo tempo da Emile Zola; al Terminal della Grand Central dove, nel torsolo della Grande Mela, «ogni materiale sferragliante» viene arrestato alle soglie di Manhattan o sul limite estremo del Western Wall che tuttora fulcro vivo, nervo scoperto, fondamento di venerabile «cattedrale», marca il sito di un tempio che non c’è più. Anche Edward Hollis termina sul Muro Occidentale - o Monte del Tempio, o Muro del Pianto, o Nobile Santuario, o ala di al-Buraq, cioè del destriero fatato di Maometto - la bellissima rassegna che aveva aperto raccontando la storia del Partenone. Approda così a quella linea d'ombra - o linea di fuoco - che, presidiata da guardie armate, raggiunta da pellegrini devoti, bagnata dal sangue dei soldati, sta lì da millenni a segnare l'inizio e il confine dell'Occidente, l’incontro-scontro delle tre religioni monoteiste, la traccia di divisioni settarie incomponibili e a rappresentare un simbolo tanto complesso e irriducibile da non ammettere di essere chiamato con un solo nome. Quello del Kotel, come gli ebrei chiamano semplicemente «il muro», è il caso eclatante di un luogo talmente carico di significati da resistere a ogni tentativo di musealizzazione e monumentalizzazione. La vita di molti altri celeberrimi edifici visitati e venerati come monumenti o musei - dimostra Hollis - è forse più segreta, ma non meno palpitante. Il Partenone fu una chiesa cristiana per oltre un millennio, più a lungo di quanto non abbia vissuto come tempio di Atena; divenne anche moschea islamica sull’acropoli prima che la Santa Lega dei crociati lo distruggesse inaugurando la serie dei suoi saccheggi e ricostruzioni, l’ultima delle quali, virtualmente realizzata nell’Akropolis Museum di Bernard Tschumi lo restituisce alla sua concezione originaria e alla perfezione di un’idea. La basilica di Hagia Sophia a Costantinopoli, emblema magnifico del Sacro Romano Impero, fu percepita come «un osso nella gola di Allah» dagli ottomani che se la ingoiarono, trasformandola nell’Ayasofya di Istanbul. La Grande Alhambra di Granada riconquistata ai mori da Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona, si vide affissa una croce cristiana sulla cupola, accolse in luna di miele l'Infanta del Portogallo e il suo sposo Carlo V, che vi abitò da imperatore poliglotta senza comprendere né lo scopo né il significato delle iscrizioni arabe che l’ornavano. E Venezia. Che nacque come una Costantinopoli trasfigurata - a sua volta una trasfigurazione di Roma, a sua volta una trasfigurazione della Grecia - e oggi vede i suoi ponti, palazzi e cupole trasposti sulla Strip di Las Vegas. Segreta la vita, sorprendente il destino di quel portale adorno di quattro cavalli di bronzo che, rubato da Enrico Dandolo alla chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli, trapiantato di fronte a San Marco quale emblema del trionfo della Serenissima, sottratto poi a Venezia da Napoleone che volle gloriarsene come prima di lui Costantino, Nerone, Augusto, forse Apollo, fu riprodotto, a beneficio di giocatori e bon vivant, all’ingresso di un casinò." La Stampa 7 luglio 2011
"Sono massicci, pesanti, inamovibili. Durevoli, immutabili, monumentali. A occhio si direbbe che nulla sia più solido di un edificio. Nulla più concreto di un progetto realizzato. Nulla più affidabile di una costruzione di mattoni. Mutui subprime e terremoti a parte, l’architetto inglese Edward Hollis smonta pietra dopo pietra tali false certezze. Ne svela - con aneddoti, fatti storici, dati architettonici alla mano - la natura di (non incolpevole) illusione. Risveglia con l’arma potente della narrazione stuoli di progettisti e cultori dal loro sogno: quello di una grande architettura atemporale e perfetta. E in una serie di tredici racconti - tutte storie vere, ma appassionanti e romanzesche come finzioni - narra La vita segreta degli edifici (Ponte alle Grazie, 365 pp. 22 euro) dei quali, in controtendenza con una secolare aspirazione europea, rifiuta di sottoscrivere il certificato di morte. «Aspira al funereo stato di monumento» l’architettura che si pretende a tutti i costi di conservare, che «per restare bella non deve mutare», nota provocatoriamente Hollis. Sa bene però che risibile suonerebbe la sua provocazione «al di là dei confini dell'Occidente». Oltre i limiti ristretti di un’Europa «afflitta dall’ossessione della durata», spiega. O, come in sintonia inconsapevole con Hollis rimarca lo scrittore Luca Doninelli nel suo Cattedrali (Garzanti, 273 pp. 18,60 euro) «presa dalla deplorevole passione per l’Autentico e l’Antico (due concetti del tutto incomprensibili a est di Bucarest)». I temi su cui tali considerazioni, estratte dalla lettura congiunta dei due testi citati, inducono a riflettere sono molti. La pratica della «tabula rasa» e della radicale ricostruzione di palazzi e città diffusa in Oriente e contrapposta alla protezione dei centri storici e alle politiche di conservazione squisitamente occidentali. Il rischio mortificante di trattare le opere architettoniche come sculture. L’ambiguo concetto di «autorialità» in architettura, disciplina in cui oggi più che mai il soggetto creativo attira i riflettori come una star, ma i cui prodotti sono sempre fatalmente consegnate al tempo, alla storia e all'uso imprevedibile di inquilini e fruitori. Le misteriose trasmigrazioni e trasfigurazioni del genius loci - l’anima di un edificio, una città, una civiltà - che inevitabilmente soggiace alle sue plurime reincarnazioni, alla mutevolezza del gusto, all’eterogenesi dei fini, all’alternanza dei regimi politici, agli scontri religiosi e ideologici. Ma questa è pura teoria. A scanso di vuote speculazioni (edilizie…) entrambi gli autori in questione preferiscono percorrere la via più avventurosa e avvincente della narrativa. È racconto autobiografico di viaggio quello di Doninelli che, in trasferta a Londra, Parigi, New York, Gerusalemme, sente via via pulsare il cuore di quei luoghi ai grandi magazzini Harrods o nel «ventre della città» ormai seppellito e già sviscerato a suo tempo da Emile Zola; al Terminal della Grand Central dove, nel torsolo della Grande Mela, «ogni materiale sferragliante» viene arrestato alle soglie di Manhattan o sul limite estremo del Western Wall che tuttora fulcro vivo, nervo scoperto, fondamento di venerabile «cattedrale», marca il sito di un tempio che non c’è più. Anche Edward Hollis termina sul Muro Occidentale - o Monte del Tempio, o Muro del Pianto, o Nobile Santuario, o ala di al-Buraq, cioè del destriero fatato di Maometto - la bellissima rassegna che aveva aperto raccontando la storia del Partenone. Approda così a quella linea d'ombra - o linea di fuoco - che, presidiata da guardie armate, raggiunta da pellegrini devoti, bagnata dal sangue dei soldati, sta lì da millenni a segnare l'inizio e il confine dell'Occidente, l’incontro-scontro delle tre religioni monoteiste, la traccia di divisioni settarie incomponibili e a rappresentare un simbolo tanto complesso e irriducibile da non ammettere di essere chiamato con un solo nome. Quello del Kotel, come gli ebrei chiamano semplicemente «il muro», è il caso eclatante di un luogo talmente carico di significati da resistere a ogni tentativo di musealizzazione e monumentalizzazione. La vita di molti altri celeberrimi edifici visitati e venerati come monumenti o musei - dimostra Hollis - è forse più segreta, ma non meno palpitante. Il Partenone fu una chiesa cristiana per oltre un millennio, più a lungo di quanto non abbia vissuto come tempio di Atena; divenne anche moschea islamica sull’acropoli prima che la Santa Lega dei crociati lo distruggesse inaugurando la serie dei suoi saccheggi e ricostruzioni, l’ultima delle quali, virtualmente realizzata nell’Akropolis Museum di Bernard Tschumi lo restituisce alla sua concezione originaria e alla perfezione di un’idea. La basilica di Hagia Sophia a Costantinopoli, emblema magnifico del Sacro Romano Impero, fu percepita come «un osso nella gola di Allah» dagli ottomani che se la ingoiarono, trasformandola nell’Ayasofya di Istanbul. La Grande Alhambra di Granada riconquistata ai mori da Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona, si vide affissa una croce cristiana sulla cupola, accolse in luna di miele l'Infanta del Portogallo e il suo sposo Carlo V, che vi abitò da imperatore poliglotta senza comprendere né lo scopo né il significato delle iscrizioni arabe che l’ornavano. E Venezia. Che nacque come una Costantinopoli trasfigurata - a sua volta una trasfigurazione di Roma, a sua volta una trasfigurazione della Grecia - e oggi vede i suoi ponti, palazzi e cupole trasposti sulla Strip di Las Vegas. Segreta la vita, sorprendente il destino di quel portale adorno di quattro cavalli di bronzo che, rubato da Enrico Dandolo alla chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli, trapiantato di fronte a San Marco quale emblema del trionfo della Serenissima, sottratto poi a Venezia da Napoleone che volle gloriarsene come prima di lui Costantino, Nerone, Augusto, forse Apollo, fu riprodotto, a beneficio di giocatori e bon vivant, all’ingresso di un casinò." La Stampa 7 luglio 2011
martedì 5 luglio 2011
Wiki Loves Monuments
Cara Icchia,
un modo per sensibilizzare e avvicinare le persone al nostro patrimonio e all'importanza della sua tutela è anche quello di ... indire un concorso fotografico. L'idea, nata lo scorso anno nei Paesi Bassi con "Wiki Love Monuments", ha permesso di raccogliere e poi mettere in rete 12'500 (!) fotografie dei più bei siti e monumenti olandesi. Visto il successo, quest'anno il progetto è stato esteso ad altri 16 paesi europei, tra cui la Svizzera grazie alla collaborazione della Società di storia dell'arte in Svizzera. Il concorso ha appena preso il via a inizio luglio e chiuderà a settembre.
Cosa aspetti? Tutte le informazioni le puoi trovare su http://www.wikilovesmonuments.ch
Ortica
un modo per sensibilizzare e avvicinare le persone al nostro patrimonio e all'importanza della sua tutela è anche quello di ... indire un concorso fotografico. L'idea, nata lo scorso anno nei Paesi Bassi con "Wiki Love Monuments", ha permesso di raccogliere e poi mettere in rete 12'500 (!) fotografie dei più bei siti e monumenti olandesi. Visto il successo, quest'anno il progetto è stato esteso ad altri 16 paesi europei, tra cui la Svizzera grazie alla collaborazione della Società di storia dell'arte in Svizzera. Il concorso ha appena preso il via a inizio luglio e chiuderà a settembre.
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| foto di Saint-Saphorin-Lavaux pubblicata da Wikimedia.ch |
Cosa aspetti? Tutte le informazioni le puoi trovare su http://www.wikilovesmonuments.ch
Ortica
mercoledì 29 giugno 2011
Botta e risposta
Cara Icchia,
non c'è che dire: l'intervista concessa dal sindaco di Lugano al Corriere del Ticino, in particolare alcune sue considerazioni "sul caso Gandria", non sono state apprezzate dai diretti interessati. Così oggi, in una Lettera aperta a Giorgio Giudici, l'associazione VivaGandria ha -come si suol dire- messo i puntini sulle i.
Ortica
non c'è che dire: l'intervista concessa dal sindaco di Lugano al Corriere del Ticino, in particolare alcune sue considerazioni "sul caso Gandria", non sono state apprezzate dai diretti interessati. Così oggi, in una Lettera aperta a Giorgio Giudici, l'associazione VivaGandria ha -come si suol dire- messo i puntini sulle i.
Ortica
Una crosta o un unicum nel suo genere?
Cara Icchia,
Capito? UN UNICUM NEL SUO GENERE. Ma è stato giusto abbatterla...
Ortica
l'intervista a Giorgio Giudici pubblicata ieri dal Cdt non è passata inosservata. Vi sono alcune considerazioni del sindaco che fatico a condividere, altre che meritano attenzione. Tra queste, quella che la salvaguardia di un edificio degno di tutela deve andare di pari passo con la sua conservazione e il suo risanamento o, usando le parole di Giudici, con la sua "promozione". Perché tra "proteggere e promuovere c'è un abisso". Questo, prosegue, comporta però oneri non indifferenti per il proprietario: e qui il sindaco tocca un problema reale, prioritario nell'ottica della tutela del patrimonio architettonico della città. Ebbene, il Giudici-pensiero è che nel caso di edifici storici di valore "si potrebbe stanziare un credito quadro (...). Rientra nel discorso della promozione: sottraggo un bene dallo sviluppo economico ma collaboro con il privato per valorizzarlo". Giustissimo: e non solo per Lugano. Anche Villa Branca rientrava in questa tipologia di oggetto: con l'aiuto dei poteri pubblici avrebbe potuto essere salvaguardata e valorizzata nell'interesse di tutti. Eppure, nonostante il recentissimo e autorevole parere di Berhnard Furrer, Giudici non esita ad affermare che "è stato giusto abbatterla" perché "internamente era distrutta, praticamente una crosta". Una crosta che però è stata inserita nella "Guida dell'arte della Svizzera italiana" il corrispettivo del "Kunstführer durch die Schweiz".
Ecco cosa dice la Guida:
"LUNGOLAGO MOTTA, N. 40. Palazzina Branca. Costruzione neogotica del primo '900 con decorazione a graffito. N.46. Villa Branca. Una prima costruzione fatta erigere dal commerciante di vini Alfredo Branca nel 1902 fu rialzata nel 1910-12 ca, quindi ampliata a N. da Americo Marazzi, 1920 ca. Imponente edificio dal carattere eclettico con reminiscenze neogotiche e liberty, dotato di giardino terrazzato. L'interessante sovrapposizione tipologica del tema della villa signorile con quello della cantina costituisce un unicum nel suo genere. In stato di abbandono". Capito? UN UNICUM NEL SUO GENERE. Ma è stato giusto abbatterla...
Ortica
mercoledì 22 giugno 2011
Minotti e il furore distruttivo di Giudici
Cara Icchia,
la sciagurata eventualità che il Municipio possa ritirare il messaggio sulla Variante dei Beni culturali ha indotto Paolo Camillo Minotti, segretario della STAN, a reagire pubblicamente. Proprio oggi, il Corriere del Ticino ha pubblicato un suo scritto che merita di essere letto.
"Leggo sui giornali della possibile intenzione del Municipio di Lugano di ritirare il messaggio sulla variante dei beni culturali, perché non soddisfatto dell'emendamento della Commissione della pianificazione che chiede di ripristinare nell'elenco dei beni culturali da proteggere 33 oggetti che i servizi cantonali avevano consigliato di inserire ma che il Municipio aveva stralciato. Il sindaco Giorgio Giudici dice che "la nostra soluzione viene stravolta senza valutarne le conseguenze". Quasi incredibile l'insensibilità e il furore distruttore del sindaco, che non tollera nemmeno che possano essere salvati contro il suo regale preavviso anche solo 33 edifici, vale a dire un nulla nell'edificato della Grande Lugano! Spero proprio che il Municipio non avalli questa miope visione dello sviluppo della città visto solo nell'ottica del massimo interesse a breve termine dei costruttori di edifici dozzinali e speculativi e dei privati intenzionati a vendere al prezzo massimo possibile. E' giunto il momento di voltare pagina, di cambiare finalmente registro, di impostare una politica urbanistica degna di questo nome e che miri a un equilibrato sviluppo della città, che valorizzi anche il patrimonio architettonico preesistente. Basta cancellare la memoria storica e il decoro di una città, se non vogliamo diventare un misero paese senza radici né memoria. Un plauso vada anche al Baustopp proposto dalla Lega con una mozione (...)"
Quando ci vuole, ci vuole.
Ortica
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