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mercoledì 9 maggio 2018

Di alberi e di merli: il paesaggio che non c'è più


 
Alcune settimane fa mi sono imbattuta in uno scritto ("Quando il paesaggio è irriconoscibile") apparso nella rubrica Lettere&Opinioni del Corriere del Ticino. Iniziava così:

Non sento più cantare i merli e anche i passeri sono ormai pochi. Da un giorno all'altro hanno perso casa, terreno di gioco, di caccia. Da un giorno all'altro sono venuti giù una dozzina di alberi ad alto fusto: ippocastani, allori, faggi che davano frescura e un tocco di verde alla via. Lo scempio di cui sto parlando è avvenuto a Massagno, appena sopra l'aerea dove sorgeva l'albergo Washington, ora un cantiere aperto. Una zona dove negli ultimi anni è stato raso al suolo l'antico nucleo di Santa Lucia, sono state cancellate ville con giardini, alberi maestosi, cipressi centenari.

Continuo. In poche righe c'è tutto lo scempio cui stiamo assistendo un po' ovunque a Lugano. E non solo.

Poco più a nord, a ridosso dell'autostrada, un altro parco ha fatto la stessa fine (...). Gli alberi sono un pericolo. Tagli drastici di piante robuste si vedono anche lungo il sentiero che costeggia la Maggia.

Gli alberi sono un pericolo: già, ne sanno qualcosa gli ippocastani di Viale Castagnola. E invece sono gli alberi ad essere in pericolo! Proseguo e, poco dopo, leggo:

Con l'urgenza di sfruttare al massimo gli indici, ogni nuova costruzione impone la cancellazione totale del verde: si abbatte il tiglio, si pianta qualche palma, si infila un rampicante in una recinzione e poi la si chiama "Residenza del tiglio", col tiglio già in segheria (nella migliore delle ipotesi). Altri appartamenti di alto standing che rimarranno vuoti: il tasso di appartamenti sfitti in Ticino è altissimo, inversamente proporzionale al verde. Col taglio di alberi, interi quartieri hanno cambiato fisionomia, il viale Cassarate è lì da vedere.

Penso a Tita Carloni, acerrimo nemico dei "fitoassassini" e grande amico degli alberi, tanto da sognare "un esercito di anticorpi da opporre all'imperio del cemento, dell'asfalto, dei rumori, dell'aria malata". E penso a un suo scritto dove (era la fine degli anni '90 del secolo scorso) vagheggiava la creazione di un vasto progetto di restauro territoriale lungo il fiume Ticino, dalla Val Bedretto sino allo sbocco del Po: il grande vecchio dell'architettura ci ha lasciati ma se ancora fosse tra noi osserverebbe costernato l'evoluzione di un territorio sempre più irriconoscibile. Più grigio che verde. Così tristemente grigio che

"finiremo anche noi come i passeri, a guardarci attorno in un paesaggio che non riconosceremo più".

Dimenticavo: un grazie a Cristina Foglia per il suo scritto, bello e terribile al tempo stesso.

Ortica





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