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giovedì 17 marzo 2016

La Cina dice no al cemento e alla perdita della sua identità architettonica


Pubblico integralmente un contributo apparso su "La Repubblica" del 26 febbraio dedicato alla retromarcia in atto da parte del governo cinese per preservare quel poco che rimane dell'antico patrimonio architettonico messo sotto pressione dall'avanzata del cemento. Un contributo che si inserisce nella riflessione in corso anche da noi sulla perdita identitaria, culturale e architettonica delle città, vittime della speculazione immobiliare. L'articolo, a firma Giampaolo Visetti (le sottolineature sono mie), è completato da un'intervista di Francesco Erbani a Vittorio Gregotti.
Buona lettura
Ortica

 
Il libretto rosso delle città, di Giampaolo Visetti

 
"La Cina non vuole perdere il poco che resta del proprio antico aspetto e impone lo stop all'architettura e all'urbanistica straniera. Basta grattacieli in vetro e acciaio, shopping centre che copiano Venezia e Parigi, metropoli stile Las Vegas, o palazzoni a forma di astronave. Contro la globalizzazione del cemento capitalista, più devastante della Rivoluzione culturale  maoista, nel futuro della superpotenza dell'Asia c'è il ritorno al profilo del passato imperiale. Un documento del comitato centrale del partito-Stato intima a funzionari e progettisti "di abbandonare le soluzioni eccentriche per attenersi alle caratteristiche storiche locali".

Il presidente Xi Jinping, chiudendo i lavori della commissione urbanistica nazionale, non ha usato giri di parole: "Chi disegna edifici e quartieri -ha detto- la smetta di inseguire la popolarità con opere volgari che scimmiottano le stravaganze occidentali". La "guerra agli architetti stranieri" prevede che le nuove costruzioni siano "adeguate, tradizionali e piacevoli" e abbandonino "esotismi, esagerazioni e stranezze prive di identità". Per il leader di Pechino la trasformazione cinese degli ultimi anni "riflette una mancanza di fiducia culturale, atteggiamemnti di dirigenti e architetti che confliggono con gli obiettivi politici".

Per trovare il precedente di un simile editto, si deve risalire al 1978. Mao Zedong era morto da due anni, templi e pagode cinesi erano stati rasi al suolo dalle guardie rosse, 88 cinesi su 100 erano contadini e vivevano di sussitenza in villaggi medievali. La commissione urbanistica del partito comunista, pronta all'ascesa di Deng Xiaoping e al suo "contrordine compagni arricchirsi è glorioso", varò la prima urbanizzazione forzata del Paese. Oggi il 53 per cento dei cinesi vive nelle megalopoli industriali, la nazione vanta il maggior numero di miliardari e la più numerosa classe media del pianeta. ma lo sfacelo non è occultabile nemmeno dalla censura.

Città e strade tutte uguali, traffico paralizzato, aria tossica, famiglie distrutte e una società implosa per solitudine e sradicamento. È il prezzo della crescita economica, ma con la grande frenata la Cina non vuole pagarlo più. Sotto accusa finisce così lo "squallido e banale skyline d'importazione".

Il vero obiettivo del "nuovo Mao" è però impedire "il contagio del virus occidentale": assieme ai grattacieli "pensati per l'Amerca e rivenduti al Giappone" cerca infatti di "insinuare nel nostro popolo pure la democrazia". "per la Cina è un pericolo mortale - ha detto Xi Jinpéing - che tenta di demolire l'aspetto di una civiltà per distruggerne anche i valori". Rispetto alla furia devastatrice del Grande Timoniere e alla sspeculazione selvaggia proseguita anche con Hu Jintao, si annuncia davvero un'altra rivoluzione: una Cina impegnata a ricostruire se stessa per scongiurare il rischio di non essere più nulla, colonizzata sia dai palazzoni prefabbricati che dai modelli di vita globalizzati. Il leader cinese punta il dito contro chi disegna edifici e metropoli, ma parla a chi, assieme agli standard dell'edilizia internazionale, assorbe "i cosiddetti valori universali e la retorica dei diritti umani".

Il timore è che "una civilità millenaria fisicamente occidentalizzata in due decenni, si scopra ricolonizzata anche nella mente e nello spirito". Liu Shilin, capo dell'Istituto di scienze urbane dell'università Jiao Tong si Shangai, ha promesso che entro poche settimane le autorità renderanno noi i criteri per definire chiaramente cosa sia la bandita "architettura strana". Nessuno osa dirlo, ma nella cilla dell'imitazione l'imbarazzo è generale. Xi Jinping ha appena visitato la sede della tivù di Stato, nota a Pechino come "il grande pantalone". Oggi a Shangai il G20 economico si riunisce nei grattacieli di Pudong, icona della "bizzaria delle archistar occidentali": uno è chiamato "cavatappi", uno "missile", l'ultimo "anguilla". Poco distante sta per essere inaugurato "Chinadisney", il più grande parco divertimenti del mondo, fotocopia dell'originale americano.

Nella capitale gli antichi hutong sono stati rasi al suolo per fare posto a strade e centri commerciali. Nelle province rurali  le millenarie siheyuan vengono demolite dagli speculatori che vendono palazzine a blocchi progettate in Svezia. Ai piedi della Grande Muraglia, paloscenico privo di neve delle Olimpiadi invernali 2022 già sorgono villaggi turistici clonati in Austria e Svizzera, con birrerie germaniche e pub inglesi. L'originalità dell'estetica cinese, dalle pagode ai templi buddisti, dalle sale da tè alle risaie terrazzate, si è autoestinta nel tempo, ma l'accusa di Xi Jinping oggi  non liquida un "passato imperiale o borghese", bensì il "presente straniero imposto dall'esterno". Per la prima volta la distruzione dei luoghi storici e dello stile nazionale non è promossa internamente dal potere che succede al potere, ma "dall'attrazione irrestitibile per il gusto, la tecnica e il business dell'Occidente che cancella l'Oriente".

Per Xi Jinping tutelare "l'identità cinese" è un'operazione di propaganda nazionalista e patriottica precondizione per salvare l'egemonia dell'autoritarismo comunista. Per chi ama la cultura, l'arte e il paesaggio è invece una questione di rinascita civile.

"Chiedo alle autorità - ha detto Wang Shu, vincitore del Protzker Prize per l'architettura - di salvare la Cina da una cementificazione e da una speculazione di Stato che portano all'autocancellazione del Paese e del suo Popolo". Per il creatore dello straordinario museo di storia di Ningbo "una globalizzazione architettonica al ribasso spoglia il Paese del suo carattere e l'intera umanità di un patrimomnio estetico irripetibile".  Il paradosso è che il Governo attacca i progettisti, minacciando di "rimuovere le strutture eccentriche entro cinque anni", mentre questi accusano "lo Stato corrotto che promuove per primo lo svuotamento della propria civiltà".

Due anni fa l'orgoglio della nomenclatura rossa era il New Century Global Centre di Chengdu, 50mila metri quadri di cemento, stile Manhattan, esaltato come "l'edificio più grande del mondo dove si può vivere dal giorno della nascita a quello della morte". Ora Pechino fa marcia indietro, promette di tutelare ciò che è stato risparmiato dalle ruspe, chiude le porte all'Occidente e ripropone il "modello Cina".

Per i cinesi sperare in città meno squallide e crudeli è una buona notizia. Quella cattiva è che il bando alle "sovversioni occidentali" non riguarda solo gli edifici, ma prima di tutto le idee: la prima è il sogno, in una strada qualsiasi, di sentirsi liberi.


DI SEGUITO L'INTERVISTA DI FRANCESCO ERBANI A VITTORIO GREGOTTI

 

La prima volta che Vittorio Gregotti andò in Cina era il 1963. Il potere era nelle mani di Mao Zedong e Zhou Enlai. Il marxismo era radicato nel mondo contadino e dominava una cultura antiurbana. Un bianchissimo stile sovietico improntava gli edifici pubblici. Quando ci è tornato, quarant'anni dopo, per progettare Pujiang, un insediamento da 80mila abitanti, la Cina era diventata la prateria per città da 15 milioni e più residenti, in cui scorazzavano architetti dalle bizzarre e magniloquenti fantasie. Ora si vorrebbe tornare indietro, a forme architettoniche più in linea con la tradizione e città medio-piccole. 

Architetto Gregotti, che ne pensa di questo richiamo al passato?

"Le megalopoli cinesi non sono come quelle africane o sudamericane, dove si accalcano baracche su baracche. Ma è evidente che queste città di spropositate dimensioni sono agglomerati di periferia. E sono fuori controllo. Manifestano sofferenze insormontabili: il trasporto, gli equilibri ambientali. Avendo la possibilità di pianificare, si tratta di un proposito ragionevole. Non so quanto sia attuabile in concreto".

Ma si può immaginare un recupero di modelli più cinesi?

"Qui il discorso diventa complesso. Le tradizioni cinesi sono tante. La storia dell'urbanistica e dell'architwettura cinese è vasta e piena di influenze. A che cosa ci si riferisce? Agli hutong, i recinti ce racchiudevano più abitazioni singole e che per secoli hanno costituito la struttura primaria dell'organismo urbano? La verità è che anche in Cina non si sopportano più le forme spinte della globalizzazione che ha prodotto un linguaggio universale." 

E' arrivata al capolinea la stagione dell'architettura spettacolo?

"Sì, con l'aggravante che in Cina si è realizzata un'architettura funzionale al più spinto capitalismo finanziario". 

Ma la Cina è un paese comunista. Gli architetti non si sono messi al servizio del regime?

"No. Buona parte di quegli architetti si sono impegnati in un ritratto edificante della globalizzazione. E hanno scelto forme mutevoli che rispecchiassero la duttilità del mercato e l'apologia del consumo".

In Cina hanno lavorato Rem Koolhaas e Zaha Hadid.

"In accordo con le ideologie neoliberiste, anche in Cina in molti hanno teorizzato l'insignificanza del disegno urbano, l'indifferenza di un oggetto architettonico rispetto alla città. E hanno capito che il capitalismo finanziario globale è tutt'altro che incompatibile con il sistema cinese".

Anche lei a progettato lì.

"Abbiamo disegnato un insediamento di circa 5mila appartamenti, una ventina di chilometri a sud di Shanghai. Ma ne è staat costruita una parte. Mancano gli edifici pubblici, sintomo di quanto conti in Cina la forza del privato".

mercoledì 24 febbraio 2016

Ruspe al piazzale di Besso: politici al traino



Lascia l'amaro in bocca la demolizione dell'immobile di inizio Novecento sul Piazzale di Besso, oggetto, neanche una ventina di giorni fa, di una interpellanza interpartitica firmata da ben 34 consiglieri comunali di Lugano.

Immagine da La Regione
Lascia l'amaro in bocca constatare, una volta di più, l'incapacità dei politici di tutelare tempestivamente un patrimonio sempre più esiguo; constatare come spesso e volentieri la società civile funga da traino a chi dovrebbe essere invece in prima linea nel salvaguardare quel poco che resta; constatare il dispregio, da parte degli speculatori, dell'Inventario federale ISOS per il quale l'edificio meritava l'obbiettivo di salvaguardia completa. Rimangono più che mai attuali e legittime le domande che mi ero posta lo scorso 9 febbraio: come è stato possibile il rilascio di una licenza edilizia a fronte del carattere vincolante dell'ISOS? Forse le autorità preposte non erano al corrente dell'esistenza di tale inventario? O forse non erano al corrente del suo carattere vincolante? E se lo erano, come giustificare l'avere rilasciato il permesso di demolizione?

Ortica

martedì 9 febbraio 2016

Demolizioni al piazzale di Besso: e il rispetto dell'ISOS?


Ancora una volta ad essere al centro dell'attenzione è la speculazione immobiliare che, poco a poco ma sempre più voracemente, sta snaturando i nostri quartieri. Ultimo in ordine di tempo, quello di Besso dove - nell'ambito del rifacimento della stazione- è prevista la demolizione di tre case che costituiscono il fronte più antico dell'omonimo piazzale.  Sul caso, lo scorso 5 febbraio, è stata presentata un'interpellanza interpartitica sottoscritta da ben 34 consiglieri comunali. Ma ancora una volta, la politica, impotente, è messa davanti al fatto compiuto. Eppure, la licenza edilizia concessa va a toccare due case di cui una, con la facciata interamente decorata, è addirittura menzionata nel volume "Decorazioni pittoriche del Luganese". Gli edifici non sono protetti dall'inventario dei beni culturali, tuttavia, per le due case dei primo Novecento, l'ISOS prevede l'obbiettivo di salvaguardia completa per quella centrale con la facciata decorata e la salvaguardia limitata per quella d'angolo con via Borromini.
E qui sta il nodo della questione: come è stato possibile rilasciare una licenza edilizia? Due le possibilità: o le autorità preposte al suo rilascio non erano al corrente del carattere vincolante dell'Inventario federale  -e la cosa è grave - oppure se ne sono fatte allegramente un baffo - e la cosa è ancora più grave-.  Il carattere vincolante dell'ISOS deriva sia dalla famosa sentenza del Tribunale federale sia  dal suo inserimento nel PD.  L'obbligo di rispetto dell'Inventario è tra l'altro un punto cardine dell'iniziativa STAN che - accettata in larga misura dall'elettorato nel dicembre 2014 - prevede entro sei mesi dalla sua accettazione l'allestimento di un elenco provvisorio di beni da tutelare da assimilare una zona di pianificazione (art. 27 LPT) della durata di cinque anni e prorogabile secondo la legge. E in tale elenco provvisorio vanno iscritti anche i comparti edificati e non edificati censiti dall'ISOS. Cosa risponderà il lodevole Municipio agli autori dell'interpellanza e ai cittadini che hanno votato a favore dell'iniziativa e dell'applicazione dei suoi postulati?
Ortica

martedì 10 novembre 2015

Parco Hermann Hesse e tre! Presentata una nuova domanda di costruzione

Non c'è due senza tre. I promotori  del progetto immobiliare nell'ex parco di Hermann Hesse a Montagnola hanno inoltrato, per la terza volta, una domanda di costruzione.  Ammirevole l'abnegazione che li caratterizza: due mesi dopo le decisioni del Consiglio di stato, contrarie al progetto, ecco che giunge un'altra variante. Nella sostanza, invariata. "Invariata è anche la sua bruttezza e inutilità" come si può leggere nel blog Salviamo l'ex parco Hermann Hesse.  A nulla sono valse la doppia bocciatura , l'opposizione di buona parte della popolazione, le prese di posizioni di intellettuali e politici scesi in campo con proposte lungimiranti quali la creazione di un parco letterario Hermann Hesse patrimonio dell'umanità allo scopo di valorizzare l'eredità spirituale e culturale del luogo . Cementificazione e sfuttamento da un canto, salvaguardia e valorizzazione dall'altro: due scelte radicali  e inconciliabili. Scegliere da che parte stare, almeno per me, non è difficile.

Ortica

martedì 3 marzo 2015

Rione Madonnetta a rischio: gli inquilini insorgono e scrivono al Municipio

Vento di fronda tra gli inquilini degli stabili di Via Marco da Carona e di Via Ferri a Molino Nuovo. E c'è di che. Gli stabili potrebbero venire demoliti, nonostante il loro inserimento nell'elenco dei beni culturali di interesse locale (BCL) nell'ambito della Variante di piano Regolatore approvata nel settembre 2011. Dopo la decisione del precedente municipio di sostenere il ricorso presentato al Consiglio di stato dalla Cassa pensione di Lugano (CPDL), proprietaria del mappale, contro la loro tutela, i vecchi immobili sono a rischio. Ma i diretti interessati non ci stanno e in una lettera aperta al Municipio chiedono di salvare tutto il Rione Madonnetta.

Con la prevista riqualifica del comparto e dei due fondi adiacenti (pure di proprietà della CPDL) ,  il volto di Molino nuovo - già profondamente segnato dalle trasformazioni degli ultimi anni - rischia di perdere definitivamente parte della sua identità. Il complesso degli stabili di Via Marco da Carona e di Via Ferri costituiscono infatti un esempio di edilizia popolare del periodo postbellico in quello che era un quartiere popolare e artigianale. E per questo, meritevoli di tutela in quanto parte integrante della sua storia e della sua identità.

Ma non solo. La loro realizzazione fu affidata agli architetti Cavadini & Beeler, autori (i primi) di costruzioni significative dell'architettura del '900 ticinese, tra cui l'ex -ahimé- Clinica San Rocco di Lugano ( E qui apriamo una parentesi doverosa e dolorosa. La clinica fu costruita negli anni 1934-1935 da Eugenio e Agostino Cavadini. Citata niente di meno che nella Guida d'arte della Svizzera italiana come "uno dei primi edifici razionalisti del Cantone"  è stata demolita nel 2011 per fare posto... all'ennesima palazzina residenziale).

Dicevamo.  Non è soltanto la qualità architettonica di un'opera che concorre a determinare il suo valore quale bene culturale da tutelare, bensì anche il suo interesse pubblico in quanto testimonianza della nostra memoria. Non è forse quanto afferma la stessa Commissione federale dei monumenti storici? "Un oggetto del passato con particolare carattere di testimonianza diventa monumento storico attraverso il riconoscimento della società".

Al complesso del Rione della Madonnetta, in quanto insieme di stabili di valore sociale, si può pertanto attribuire una connotazione storico-culturale pari a quella della Masseria di Trevano, esempio di costruzione rurale tipica della storia del nostro Cantone. Entrambe sono testimonianze storiche, parte della nostra memoria collettiva. Memoria cui fanno d'altronde riferimento anche gli autori della lettera aperta al Municipio:
 "Chiediamo - scrivono - che anche questo nostro Rione non venga inutilmente sacrificato perché rappresenta una significativa parte della storia della nostra Città, del nostro Quartiere (come pubblicizzato nel sito della Città a riguardo della storia dei quartiere di Molino Nuovo, dove viene proprio citata la “Via Marco da Carona” e la “zona della Madonnetta”).
E proseguono: "Questi stabili, assieme ad altre significative opere adiacenti come l’asilo di via Ferri, sono parte del patrimonio comune e degno di salvaguardia da un destino “incerto” affinché, come diceva Tita Carloni, “…le città non diventino sempre più brutte ed ingiuste ….”.

Ci fermiamo qui. Quale conclusione migliore se non le parole di Tita Carloni?

Ortica


giovedì 26 febbraio 2015

Salvatore Settis e la bellezza del mondo

Nel primo capitolo del suo nuovo libro "Il mondo salverà la bellezza?" pubblicato da Ponte alle Grazie e dedicato all'urgenza di un ripensamento del nostro rapporto con le risorse limitate del pianeta, Salvatore Settis cita Isaia (5,8,9): 
«Guai a voi che ammucchiate casa su casa e congiungete campo a campo finché non rimanga spazio e restiate i soli ad abitare la Terra. Ha parlato alle mie orecchie il Signore degli eserciti. Edificherete molte case ma resteranno deserte per quanto siano grandi e belle, e non vi sarà nessuno ad abitarle». 

Perché Isaia? Perché, scrive Settis", "la speculazione edilizia, la spietata cementificazione del territorio senza nessun rapporto con la crescita demografica (che invece, come tutti sanno, non c’è), l’accumulo di proprietà terriera in funzione della mera rendita fondiaria hanno la conseguenza di sigillare il suolo, impedire al suolo di respirare, di esercitare le sue funzioni ecologiche di sistema. Questo passo di Isaia, insomma, mostra il valore del pensiero profetico, evidenziando un accostamento, molto efficace anche nel nostro contesto, tra la terra coltivata, o coltivabile, e le abitazioni, che si affollano anche per il cieco impulso dell’uomo a cementificare."

Sul tema della devastazione dell'ambiente, della sua cannibalizzazione, un articolo a firma del noto studioso è apparso su Repubblica lo scorso 12 febbraio. Lo pubblichiamo integralmente.

Ortica

”«È urgente elaborare un pensiero comune pratico, uno stesso insieme di convinzioni volte all’azione, innescata dal bene comune e indirizzata alla politica». Sono parole di Jacques Maritain all’Unesco, nel clima della guerra fredda (1947). Ma valgono ancora oggi come un’agenda minima per reagire alla devastazione della natura, al cieco accanimento con cui (gli italiani in prima linea) continuiamo a distruggerla cannibalizzando ambiente e paesaggi. Si suol dire che «la bellezza salverà il mondo». Sono parole che Dostoevskij (nell’Idiota) mette in bocca al principe Myškin, e che in quel contesto hanno un contenuto intensamente mistico. Ma non dobbiamo usarle come un mantra auto-assolutorio: dovremmo sapere, invece, che la bellezza non salverà il mondo se noi non sapremo salvare la bellezza.
Intuizioni religiose e pensiero laico devono convergere, secondo le parole di Maritain. Proviamo a darne qualche esempio. Isaia 5,8: «Guai a voi che ammucchiate casa su casa e congiungete campo a campo finché non rimanga spazio e restiate i soli ad abitare la Terra. Ha parlato alle mie orecchie il Signore degli eserciti: “Edificherete molte case ma resteranno deserte per quanto siano grandi e belle e, non vi sarà nessuno ad abitarle”». Parole che paiono scritte per l’Italia di oggi, dove si edifica “casa su casa” in nome della favoletta secondo cui solo l’edilizia è motore di sviluppo; ma i 5 milioni di appartamenti invenduti e la cementificazione del territorio senza nessun rapporto con l’inesistente crescita demografica dimostrano che non è così. Al di là di questa suggestione, il passo di Isaia evidenzia efficacemente il contrasto fra crescita delle case e devastazione dei campi coltivati.
Altro esempio tratto dai libri sacri, il detto Ama il prossimo tuo come te stesso, che è già nel Levitico e poi nei Vangeli. Commentandolo, Enzo Bianchi ha scritto che questo precetto «non basta più; oggi bisogna dire: “Amerai la Terra come te stesso”»; perché la Terra non è «uno scenario per l’uomo, ma costituisce una comunità la cui relazione è stretta e decisiva per gli animali, per le piante, per noi. In cui uno stesso spazio è condiviso ed abitato ed in cui vive un unico destino, in cui ci deve essere solidarietà per abitare armoniosamente in pace la Terra ». Ma che cosa voleva dire Nietzsche, quando (in una pagina del Così parlò Zarathustra) scrive: «Il vostro amore del prossimo è cattivo amore per voi stessi. Vi consiglio io forse l’amore per il prossimo? No; io vi consiglio la fuga dal prossimo e l’amore verso i più lontani; perché più nobile dell’amore per il prossimo è l’amore per i più lontani e per l’avvenire. Il “futuro” e “quel che è più lontano” siano dunque, per te, la causa che genera l’oggi». Dietro l’apparente svalutazione del precetto evangelico emerge la sua radicalizzazione: in nome della superiorità del futuro sul presente, Nietzsche suggerisce che dobbiamo amare non tanto i “prossimi”, troppo simili a noi, bensì i lontani: soprattutto i lontani nel tempo, le generazioni future. È per loro che dobbiamo preservare la Terra.
Nella vivace discussione sui diritti delle generazioni future, i temi ricorrenti sono la protezione del clima e dell’atmosfera, la conservazione della biodiversità, la tutela dell’ambiente, la gestione delle fonti di energia e dei rifiuti, il controllo delle biotecnologie, la tutela del patrimonio culturale. Il nesso forte tra bellezza e salute (del corpo e della mente), e dunque fra “paesaggio” e “ambiente”, è parte essenziale di questa storia, che ha radici assai antiche. In un trattato attribuito a Ippocrate, Arie acque luoghi(fine del V secolo a.C.) è chiaro il nesso fra malattia e ambiente; perciò le patologie vi sono distinte fra “comuni” a tutti e “locali”, cioè legate a infelici condizioni ambientali. Fu questa una preoccupazione costante della medicina greca, e non solo: un decreto di Atene del 430 a.C. vietava «di mettere i pellami a imputridire nel fiume Ilisso, di praticare in quell’area la concia delle pelli e di gettarne gli scarti nel fiume». Nello stesso spirito, Platone scrive nelle Leggi che «l’acqua si inquina facilmente; perciò è necessario proteggerla per legge. E la legge deve punire chiunque corrompa l’acqua sapendo di farlo, condannandolo a pagare un’ammenda e a ripulire l’acqua a proprie spese».
Oggi dobbiamo ripetere gli stessi identici principi, ma estendendo enormemente lo sguardo. Nessun crimine ambientale è abbastanza lontano da noi da poterlo ignorare: non la deforestazione in Brasile, non il “continente di plastica” (grande quattro volte l’Italia) che galleggia nel Pacifico, non la distruzione di specie vegetali e animali nel Madagascar, non le conseguenze dei disastri nucleari in Ucraina e in Giappone. In questo pianeta senza vere lontananze, “l’amore verso i più lontani” fa tutt’uno con la cura per noi stessi. Ma le generazioni future hanno davvero diritti, anche se non sono in grado di rivendicarli? E in nome di che cosa noi dobbiamo rappresentare oggi i loro diritti di domani?
Distinguiamo, come facevano i Romani, gli immutabili principi del Diritto (ius)dalla mutevole varietà delle leggi (leges),calibrate ad arbitrio dei governanti. Orientiamo la bussola sulle istanze di fondo di un alto sistema di valori incardinato sulla protezione della natura e della salute umana, ma anche sull’etica pubblica e la moralità individuale. Le singole leggi possono conformarsi o meno a questi alti principi, ma quando non lo fanno la disobbedienza civile è un dovere. Disobbedienza ispirata dalla nozione di pubblico interesse, che rilancia temi assai antichi: perché quando gli antichi Statuti dei Comuni e le leggi degli Stati preunitari parlavano di bonum commune o di publica utilitas avevano di mira proprio i diritti delle generazioni future, ed è per questo che hanno costruito per noi le città che abitiamo, i paesaggi che andiamo devastando.
Nel suo Principio responsabilità(1979), Hans Jonas scrive che «la comunanza dei destini dell’uomo e della natura, riscoperta nel pericolo, ci fa riscoprire anche la dignità propria della natura, imponendoci di conservarne l’integrità ». È «l’imperativo ecologico», che secondo Peter Häberle comporta «un nuovo sviluppo dello Stato costituzionale, che deve ormai assumere responsabilità verso le generazioni future, e perciò è obbligato a tutelare l’ambiente, deve cioè diventare uno Stato ambientale di diritto». È di qui che nascono la nozione di ecocidio e la proposta di creare un tribunale internazionale contro i crimini ambientali. È di qui che ha origine il nesso forte fra diritto ambientale e diritto alla salute, che si sta affermando nelle nuove Costituzioni come quella della Bolivia (2009), che prescrive «un ambiente sano, protetto ed equilibrato» per «gli individui e le comunità delle generazioni presenti e future» (art. 33). Ma la priorità del bene comune è centralissima già nella nostra Costituzione, in particolare nell’art. 9 (tutela del paesaggio e del patrimonio artistico), nel suo intimo nesso con l’art. 32 (diritto alla salute), evidenziato dalla Corte Costituzionale. Ambiente, paesaggio, beni culturali formano un insieme unitario e inscindibile con la cultura, l’arte, la scuola, l’università e la ricerca. Con esse, concorrono in misura determinante al principio di uguaglianza fra i cittadini, alla loro «pari dignità sociale» (art. 3), alla libertà e alla democrazia. Per la nostra Costituzione, attualissima ma inattuata, la tutela dell’ambiente, del paesaggio, dei suoli agricoli è strumento di libertà e di democrazia. Perciò è triste che si parli tanto di cambiare la Costituzione, e così poco di metterne in pratica i principi e lo spirito.”



mercoledì 4 febbraio 2015

Ruspe a Pian Povrò


Le ruspe a Pian Povrò continuano a far discutere, quanto la decisione pilatesca del Consiglio di stato (ne avevamo parlato in un post dello scorso 19 novembre) all'appello lanciato dai Cittadini per il territorio di Massagno di fermare l'edificazione di questa pregiata zona agricola alla periferia di Lugano. Vi proponiamo l'articolo apparso sul settimanale Azione lo scorso mese di gennaio.
Ortica 

martedì 3 febbraio 2015

Bré e la svolta sostenibile del CC di Lugano

Ci sono voluti ben cinque anni, per vedere accolta (seppur parzialmente) la mozione interpartitica che nel 2010  chiedeva di porre un freno alla speculazione edilizia sul Monte Bré mediante la revisione del Piano regolatore. Eppure questi cinque anni   hanno funto da  laboratorio, da fucina democratica, che ha visto confrontarsi (spesso a muso duro) i fautori di una politica dello statu quo e quelli di una pianificazione condivisa tra cittadini e autorità, in primis l'associazione "Uniti per Bré" nata proprio per salvaguardare il villaggio e l'ambiente circostante da una nuova colata di cemento nella pregiata zona cosiddetta "Ai piani".

da "Uniti per Bré"

La svolta impressa ieri dal Consiglio comunale con l'accettazione all'unanimità di tre dei cinque punti della mozione  (allestimento di un nuovo piano regolatore, di un piano particolareggiato delle zone limitrofe e la ridefinizione delle zone edificabili) è emblematica e significativa di come la percezione del territorio stia mutando- e in meglio. Si fa strada una nuova sensibilità che nel territorio vede sempre di più un bene comune da preservare e sempre di meno una risorsa da saccheggiare. Una trasformazione che si innesta in un discorso molto più ampio, in atto un po' ovunque, alla nostre latitudini e non solo. Pensiamo, a livello federale, alla nuova Legge sullo sviluppo territoriale o,  per quel che concerne il nostro Cantone, alla recente riuscita delle due iniziative "Spazi verdi per i nostri figli" e "Un futuro per il nostro passato" ma anche, a livello istituzionale, della brusca frenata impressa dal Dipartimento del territorio alle scelte pianificatorie del municipio di Mendrisio per il comparto di Valera (leggete in proposito il commento di Daniela Carugati "Un mondo alla rovescia" apparso su "La Regione").

La nuova realtà venutasi a creare con le aggregazioni e l'accorpamento nella grande Lugano (ormai soltanto tale in quanto a superficie...) anche di villaggi inseriti nell'Inventario federale ISOS -come Bré, appunto-  impone un ripensamento di quello che è l'attuale contesto urbano: non più locale ma regionale. Lungimirante in proposito, il commento dell'ingegner Pierino Borella apparso nel novembre di due anni fa sul "Corriere del Ticino". Oggi, oltre muoverci in nuovo contesto urbano regionale, occorre fare i conti con i piani di paesaggio comprensoriali previsti dalla nuova LST.  La revisione del PR di Lugano - scriveva Borella - si presenta pertanto come un'opportunità unica per allestire un  disegno paesistico con importanti ricadute sulla qualità urbana e "dovrebbe essere incorniciata in un progetto di paesaggio comprensoriale regionale".

La decisione di ieri del CC potrebbe essere il primo, importante passo in questa direzione. Tanto più che un progetto paesaggistico di ampio respiro è imprescindibile da quello che l'architetto e docente all'Accademia di Mendrisio João Gomes da Silva (citato da Borella) considera "un processo d'ascolto per capire le caratteristiche intrinsiche di quel luogo, per comprendere l'intensità e le potenzialità delle energie che determinano le funzioni che sostengono quel dato paesaggio".  Partecipazione condivisa, progetto d'ascolto, bene comune, rivisitazione dei margini tra edificabile e non edificabile ...benvenga la nuova svolta voluta, fortissimamente voluta, da tutti i gruppi e le associazioni di cittadini che in questi anni si sono  battuti con tenacia e caparbietà per una grande Lugano più rispettosa dei grandi valori storici e culturali del suo comprensorio.

Ortica


giovedì 20 novembre 2014

Il degrado territoriale nelle foto esposte alla Casa d'arte Miler di Capolago


Un'amica mi ha segnalato oggi l'articolo pubblicato lo scorso 18 novembre da La Regione intitolato "Il paesaggio imbruttito": ad attirare la mia attenzione, al di là del titolo, le due foto che lo corredano. Due foto significative a testimonianza -qualora ve ne fosse ancora bisogno- dello scempio perpetrato in questi ultimi anni ai danni del patrimonio ticinese. Le immagini si riferiscono a Paradiso, comune tra i più colpiti dall'avanzata del cemento. Un "prima e dopo" impietoso: la facciata elegante di quello che era l'Hotel Meister messa a confronto con la facciata arrogante e spocchiosa del nuovo albergo che ne ha preso il posto. 

L'articolo si sofferma sull'impegno a favore del territorio dei titolari della Casa d'arte Miler di Capolago. Impegno concretizzatosi, alcuni anni fa, nel salvataggio dell'ex Tipografia Elvetica (destinata, senza il loro intervento, a sicura demolizione) e del suo accurato recupero.  Lo storico edificio, riportato a nuova vita, è così diventato domicilio di Julia e Milo Miler, entrambi antiquari, e al contempo luminoso spazio interamente consacrato all'arte. Ed è questo spazio che ospita l'esposizione fotografica "La grande bruttezza" dedicata al degrado paesaggistico del territorio ticinese attraverso le fotografie di Enrico Minasso. Emblematico ed azzeccatissimo il titolo:  un modo intelligente di sensibilizzare il pubblico sulla necessità di porre un freno alla cementificazione dilagante e di sostenere le due iniziative "Un futuro per il nostro passato" e "Spazi verdi per i nostri figli" !

Ortica


giovedì 16 ottobre 2014

Pian Povrò: le ruspe si divorano un (altro) pezzetto di memoria storica

Inghiottito, fagocitato dalla lenta e inesorabile avanzata del cemento anche l'ultimo pezzo di verde alle "5 vie", all'uscita nord dell'autostrada, in quella che un tempo era una zona agricola del comune di Breganzona e che il municipio del comune ora scomparso decise di rendere parzialmente edificabile - anche parte delle zone ZAC per l'avvicendamento culturale.
  



A nulla sembra essere valso l'appello della sezione massagnese dei "Cittadini per il territorio" che a inizio settembre chiedeva alle autorità cantonali e cittadine di preservare l'ampia e preziosissima zona agricola sita sul Pian Povrò, a confine con il Comune di Massagno verso la Crespera.


Ma c'è dell'altro: oltre essere una delle ultime zone ancora libere e inedificate,  questo terreno diventato proprietà della grande Lugano ha visto scrivere una pagina di storia del nostro Cantone: è infatti qui, nel lontano autunno 1802, che avvenne il "pronunciamento del pian Povrò" commemorato in un volumetto dato alle stampe nel 2003. Vi si leggeva, a firma dell'allora sindaco di Breganzona Ignazio Bonoli, "ben venga ... ogni contributo - anche modesto - che possa risvegliare in tutti i cittadini attuali il senso di appartenenza a una comunità (ndr: Breganzona) che ha origini antichissime...". 



Lugano ha però la memoria corta, soprattutto quando si tratta di memoria storica da preservare. Quel pezzo di terra ricevuto in eredità dopo che il comune Breganzona fu spazzato via dalla fusione ospiterà la nuova sede della Croce Verde. Che importa se su quelle terre, in seguito ai moti antifrancesi e antirepubblicani che nell'estate del 1802 ebbero ragione della Repubblica, il "pronunciamento del pian Povrò" sancì la proclamazione dell'autonomia del Luganese? La memoria storica di nuovo sacrificata sull'altare del cemento. Non c'è di che andarne fieri.


Ortica

venerdì 10 ottobre 2014

16 intellettuali italiani contro l'ideologia della cementificazione


"Rottama Italia" è la reazione di sedici intellettuali di spicco sul controversissimo decreto elaborato dal Governo Renzi per rilanciare l'economia italiana, il cosiddetto decreto "Sblocca-Italia". In un libricino disponibile gratuitamente, i sedici autori -tra cui Salvatore Settis e  Carlo Petrini- mettono all'indice quello che secondo loro non è altro che un ulteriore passo verso la devastazione del territorio. Pubblichiamo di seguito il link al sito altreconomia dove scaricare in pdf "Rottama Italia".  "Vogliamo un paese in cui chiamamo sviluppo ciò che coincide con il bene di tutti -e non ciò che distrugge - la qualità della nostra vita. Un paese che cresca,e non un paese che divori sé stesso." Parole pesanti come macigni su cui riflettere e che per certi versi ben si sposano anche con la nostra piccola realtà ticinese.

Ortica

mercoledì 1 ottobre 2014

Expo 2015 è cultura e vale l'investimento, Hermann Hesse no

"Hesse o non Hesse?" Per chi ancora sostiene che nel Cantone si promuove una politica culturale e turistica degna di questo nome, suggerisco di leggere l'omonimo post pubblicato sul suo blog da Sergio Savoia, primo firmatario della mozione interpartitica che chiede la creazione del "Parco letterario Hermann Hesse".
Ortica  

venerdì 30 maggio 2014

Caso Enderlin: les laisons dangereuses dei politici


Lo scorso 7 maggio, tre consiglieri comunali verdi di Bellinzona hanno chiesto al municipio di monitorare una situazione immobiliare sempre più surriscaldata. "La stipulazione degli accordi bilaterali - si legge nella loro interpellanza per un registro pubblico delle abitazioni vuote - ha aperto il mercato immobiliare svizzero, e quello cantonale, a investitori esteri che con la loro crescente domanda hanno innalzato i prezzi degli immobili spingendo a un uso e abuso sconsiderato del territorio". Che dopo lo scempio perpetrato nel Luganese, ad essere finiti nel mirino degli speculatori e degli immobiliaristi d'assalto fossero il Sopraceneri e Bellinzona lo avevamo già denunciato lo scorso anno. D'altronde, prendendo coscienza della gravità e dell'urgenza della situazione, il Municipio aveva dato prova di tempestica e sensibilità decretando il congelamento di tutte le richieste di demolizione e ciò in attesa della conclusione del censimento UBC sui beni meritevoli di tutela. Cosa fatta capo ha: le autorità bellinzonesi hanno ora deciso di avviare la procedura per dotarsi di una variante di PR che tenga conto dei beni segnalati.


Ma la tutela del territorio deve spingersi oltre. I sempre più rari terreni non ancora edificati fanno gola a molti. In atto da alcuni anni, l'accelerazione impressionante del moltiplicarsi di cantieri ha modificato in modo irriversibile il nostro paesaggio. Anche nella capitale, denunciano i verdi bellinzonesi, "si costruisce ormai ovunque, risalendo le montagne, su terreni in pendenza, senza giardini, a ridosso di strade e di altri immobili, principalmente proprietà per piani e superfici industriali".  A Lugano, dove i terreni ancora edificabili sono ormai merce rarissima, si costruisce ormai ovunque davvero. La prova?  Le modine poste su questo fazzoletto di pietra e cemento in via Zurigo:  pendenza ripidissima, spazio esiguo, accesso al cantiere di certo non dei più semplici -la strada che si intravvede è tra le più trafficate della città- eppure... Eppure.



Di riflesso, il pensiero non può non correre al recente dell'arresto in Italia dell'imprenditore luganese e consigliere comunale PLR Davide Enderlin, coinvolto nel caso Carige.  Sembrerebbe che i soldi finiti a Lugano tramite Enderlin fossero destinati a investimenti immobiliari. E se Enderlin protesta la sua innocenza -in dubio pro reo- , il suo non è ne il primo ne sarà l'ultimo caso di politici coinvolti in scandali legati al mattone. Che l'immobiliare profumi sovente di denaro frutto di affari illeciti non è una novità, come d'altronde testimonia  il recentissimo scandalo di Expo 2015 scoppiato nella vicina penisola. Non è forse giunta l'ora di aprire gli occhi anche da noi e di denunciare le facili e possibili derive del settore?  


Dopo il caso dell'ex sindaco di Bissone, la vicenda Enderlin dovrebbe mettere tutti sul chi vive. Il rischio, purtroppo concreto, del possibile intreccio di interessi tra politici nostrani e operatori  immobiliari meriterebbe di essere affrontato apertamente per evitare pericolose derive nocive al buon funzionamento delle istituzioni e alla fiducia dei cittadini nelle stesse. Denunciato apertamente dai verdi bellinzonesi, l'uso e abuso sconsiderato del territorio favorito (direttamente o indirettamente)  dall'afflusso di capitali esteri è un tema prioritario, da affrontare senza remore e senza indugi.  Poiché gli interessi in gioco  rischiano di ridurre il territorio a semplice oggetto di speculazione, ove reddito e  investimento sono destinati a prevalere su quello che il paesaggio e la sua difesa dovrebbero essere: strumenti di coesione  della comunità e portatori di valori civili.


Ortica






lunedì 12 maggio 2014

Consumo di suolo: dall'Italia di Expo un esempio virtuoso


Le cifre sul consumo di suolo in Svizzera divulgate alcuni mesi fa dall'Ufficio federale di statistica sono impietose: in 25 anni il cemento ha inghiottito 584 chilometri quadrati, una superficie grande quanto il lago Lemano, il che equivale alla scomparsa di 1,1 metri  quadri di prati e campi coltivabili al secondo. In Ticino, la cementificazione ha assunto proporzioni ben maggiori rispetto al resto della Svizzera:  nello stesso periodo sono andati persi oltre 36'000 ettari di campagna. Ma a fare peggio, molto peggio di noi, c'è l'Italia dove il consumo è di 8 metri quadri al secondo. 

E proprio "8 metri al secondo" è il titolo scelto provocatoriamente per il suo ultimo libro da Domenico Finiguerra, sindaco di Cassinetta di Lugagnano, alle porte di Milano, primo comune a dotarsi - anzi, a inventarsi- il piano regolatore a crescita zero.  In un territorio devastato dagli appetiti degli immobiliaristi ,  l'esperienza di Cassinetta di Lugagnano ha fatto da argine al crescente sentimento di straniamento dei cittadini. Un sentimento frutto della combinazione avvelenata di fattori come "la perdita di identità dei territori, la trasformazione dell’ambiente che ci circonda, il senso di privazione e sottrazione subita che nasce quando non si riconosce e non ci si riconosce più nel paesaggio, nel territorio, nelle strade che si percorrono nella vita di ogni giorno". Un malessere che accomuna ormai cittadini ad ogni latitudine e di ogni paese, compreso il nostro.  Come non pensare allo stravolgimento in atto nel Mendrisiotto?

E se un metro al secondo è tanto, 8 metri sono davvero troppi. Così di fronte all'emergenza territoriale, un ripensamento sembra farsi largo anche tra le fila di coloro che,  sino a poco tempo fa, erano soliti tacciare di ecoterrorismo chi si batteva per la difesa del territorio. Emblematico, in proposito, il ribaltone del maggiore sindacato italiano del settore edile  (Fillea ) che di recente si è pronunciato esplicitamente per uno stop alla costruzione di nuove case. Un'inversione di rotta a 360% che rimette in discussione anni di cementificazione selvaggia, consumo scriteriato e indiscriminato di suolo, saccheggio del territorio. La nuova parola d'ordine è riqualifica delle aree già edificate. Riuso e rigenerazione edilizia del suolo edificato per porre un freno alla cementificazione dei suoli agricoli e presevarli da un ulteriore impoverimento. Obbiettivo della Filea è una diminuzione, entro il 2020, di almeno il 50% di suolo. Ecco cosa scriveva il sindacato a presentazione del suo convegno sul consumo di suolo zero.

"Non può più esistere l'attuale modello di sviluppo che ha portato alla cannibalizzazione del nostro territorio e del "BEL PAESE". Le scelte politiche da noi fatte dall'ultimo congresso ad oggi, hanno rafforzato la convinzione della Fillea che la crisi strutturale che ha investito l'Italia è figlia anche di queste valutazioni che, sovente, hanno favorito i palazzinari, i cementificatori, l'illegalità e le mafie. Dalla crisi si può uscire se, con grande chiarezza, si imbocca una strada diversa e opposta da quella che è stata tracciata e praticata almeno negli ultimi quarant'anni. Il cambio di tendenza si realizza passando dal cementificare al ricostruire, dalle aree impermeabilizzate a quelle verdi, dalla produzione di CO2 al  risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale, dal lavoro dequalificato e sfruttato al lavoro professionalizzato e legale". 

Obbiettivo ambizioso che se attuato potrebbe dare slancio a quella riconversione ormai preconizzata da più parti. Una svolta emblematica che ci auguriamo possa essere presa ad esempio anche da noi. Ridurre drasticamente il consumo di suolo è la grande sfida del futuro.  Del resto, il tema è al centro del dibattito politico, basti pensare alla densificazione degli insediamenti preconizzata dalla Confederazione o alla recente approvazione della nuova legge sulla pianificazione del territorio.

"Con la crisi - ha dichiarato nel corso del suo intervento Danilo Barbi, segretario nazionale della Cigl -  questo modello di sviluppo non funziona più (...). E' un modello superato, che ha creato ricchezza solo per pochi grandi proprietari e non l'ha redistribuita alla collettività, anzi, ha aumentato le diseguaglianze sociali. Ragion per cui, basta con il costruire tanto per costruire, ci vuole un nuovo modello di sviluppo basato sulla sostenibilità ambientale, sull'innovazione tecnologica, sulla riqualificazione urbana (...).

Parole sante. I cittadini ringraziano.

 

Ortica

 

mercoledì 12 marzo 2014

Maurizio Pallante, la crescita e la devastazione del paesaggio


Propongo il testo integrale di un contributo di Maurizio Pallante - fondatore del Movimento per la decrescita felice - pubblicato da Salviamo il Paesaggio e nel quale ri-propone la necessità di uno sviluppo economico alternativo.
Ortica
Nel 1958, quando già sapeva di essere gravemente ammalato, Giuseppe Tomasi di Lampedusa scrisse un racconto, La Sirena, che fu pubblicato nel 1961. (…) Ecco un passaggio del suo racconto:

Sei stato mai ad Augusta, tu …? E in quel golfettino interno, più in su di punta Izzo, dietro la collina che sovrasta le saline …? Certo è il più bel posto della Sicilia, per fortuna non ancora scoperto dai dopolavoristi. La costa è selvaggia, … completamente deserta, non si vede neppure una casa; il mare è del colore dei pavoni; e proprio di fronte, al di là di queste onde cangianti, sale l’Etna; da nessun altro posto è bello come da lì, calmo, possente, davvero divino. È uno di quei luoghi nei quali si vede l’aspetto eterno di quell’isola che tanto scioccamente ha volto le spalle alla sua vocazione che era quella di servir da pascolo per gli armenti del sole.

Quel posto è Priolo: venti chilometri di costa, tra Catania e Siracusa, devastati dalle politiche di sviluppo del mezzogiorno. Una successione di edifici industriali costruiti negli anni cinquanta del secolo scorso, dove sono state collocate le produzioni più insalubri: dall’amianto alla petrolchimica, dalla raffinazione del petrolio allo stoccaggio dei prodotti di raffinazione, con il contorno delle piattaforme logistiche per i camion e degli attracchi per le petroliere. Venti chilometri di mare non più balneabile, di capannoni in parte degradati, con travi di ferro affioranti da muri di cemento scrostati, finestre arrugginite, vetri rotti, cumuli di rifiuti. Dall’altro lato della strada statale paesi i cui i centri storici, per modesti che fossero, la piazza con la chiesa e il municipio, sono stati avvolti da successive concrezioni di condomini bisognosi da subito di manutenzioni mai fatte, di casette squadrate a un piano spesso intonacate solo in parte, da cui affiorano tondini di ferro in attesa di sopraelevazioni, di strade dall’asfalto sconnesso bordate da file ininterrotte di automobili. Luoghi in cui un antico saper fare, connotato qualitativamente e finalizzato all’autoproduzione di beni è stato annientato da un’arroganza tecnologica finalizzata alla produzione di quantità sempre crescenti di merci e dalla omologazione sui modelli di comportamento consumistici. Dove l’aria è diventata irrespirabile, l’acqua imbevibile, molti terreni agricoli sono stati abbandonati, le percentuali dei tumori e delle deformazioni infantili hanno valori superiori alla media.

Il 27 ottobre 1962, quando per cause non ancora accertate che, senza essere profeti, si può dire non lo saranno mai, il piccolo aereo dell’Eni su cui viaggiava Enrico Mattei precipitò al suolo nei pressi di Bascapè, il presidente della compagnia petrolifera italiana tornava da un viaggio lampo in Sicilia, dove dal balcone del Municipio di Gagliano Castelferrato, attorniato dai deputati siciliani del Parlamento e dell’Assemblea regionale, aveva annunciato il ritrovamento di importanti giacimenti di gas metano nelle campagne circostanti e l’inizio, ormai imminente, di uno sviluppo industriale che avrebbe portato in quei luoghi ricchezza e benessere. Alla fine del discorso scese nella piazza, dove fu accolto al lancio di coriandoli da una folla festante che lo accompagnò in una sorta di processione fino all’automobile. Del resto, che le sue non fossero semplici promesse ma fatti, acta non verba, era appena stato dimostrato dalla realizzazione a Gela di un grande impianto petrolifero, petrolchimico e chimico che aveva stravolto, in modo non dissimile dalla costa di Priolo, il tratto di costa su cui greci nel VII secolo avanti Cristo avevano fondato la più importate delle loro colonie sull’isola.

Questi processi, devastanti e irreversibili, di trasformazione del paesaggio, ossia dei luoghi lentamente antropizzati nel corso dei secoli e, insieme ad essi, del sistema dei valori delle generazioni che li stavano abitando e di quelle che li avrebbero abitati in futuro, non si sarebbero potuti realizzare se non fossero stati vissuti come fattori di progresso, se non avessero avuto il consenso di tutti gli strati sociali, se tutti gli strati sociali non fossero stati convinti che avrebbero comportato miglioramenti alle loro condizioni di vita. Se Mattei non fosse stato accolto come un benefattore dalla popolazione e dai politici di tutti i colori.

Appena un anno dopo il discorso di Gagliano Castelferrato e la morte di Mattei, nell’ottobre del 1963, sempre in Sicilia ma questa volta a Palermo, un gruppo di intellettuali italiani diede vita a un movimento di avanguardia che, per sottolineare la sua volontà innovativa anche rispetto alle avanguardie storiche del novecento si autodefinì neo-avanguardia: il Gruppo 63. Rievocando lo spirito che li animava, uno dei principali esponenti di quel movimento, Renato Barilli, nel 2007 ha scritto: «L’Italia del dopoguerra voleva crescere, lasciarsi alle spalle le miserie della civiltà contadina, muoversi verso la cultura industriale, l’urbanesimo», liberarsi dai vincoli di un «mondo riduttivo, chiuso al progresso».

L’Italia del dopoguerra voleva crescere, muoversi verso la cultura industriale, l’urbanesimo, il progresso. Questi sono stati in sintesi i moventi del processo che, con l’apporto di una potenza tecnologica sempre maggiore, in poco più di cinquant’anni ha distrutto i paesaggi a cui gli esseri umani che li hanno abitati avevano aggiunto col lavoro di secoli bellezza alla bellezza originaria.

Questi sono stati i capisaldi della cultura che lo hanno reso desiderabile e connotato positivamente nell’immaginario collettivo.
Cosa significa il verbo crescere quando viene applicato alle attività economiche e produttive?

La crescita non è, come si fa credere e si fa finta di credere, l’aumento della produzione di beni che migliorano la qualità della vita, perché il parametro che la misura, il prodotto interno lordo, può calcolare soltanto il valore monetario degli oggetti e dei servizi che vengono scambiati con denaro, cioè le merci, ma non può dare nessuna indicazione sulla loro qualità, sulla loro utilità, o sui danni che causano agli ambienti e alle persone nei modi in cui vengono prodotte, quando vengono utilizzate e quando vengono smaltite, come una bilancia può misurare soltanto il peso e non può dare nessuna indicazione sulla qualità di ciò che pesa.

Può indicare quanto pesa una certa quantità di mele, ma non se sono buone o cattive, mature, acide o appassite. Queste considerazioni di un’ovvietà banale sono state escluse dalla valutazione della produzione di merci e la quantità ha preso il posto della qualità. «Più» è diventato sinonimo di «meglio». Mentre le economie finalizzate alla sussistenza, alla produzione di beni per autoconsumo, si fondano sulla misura, perché produrre più di quello che serve non avrebbe senso, le economie finalizzate alla crescita della produzione di merci si fondano sulla dismisura. Per produrre sempre di più occorre in primo luogo accrescere in continuazione la potenza tecnologica, costruire macchine operatrici sempre più potenti in grado di aumentare la produttività; ma se se si produce sempre di più occorre indurre le persone a consumare sempre di più, perché se tutto ciò che viene prodotto non venisse consumato come si potrebbe continuare a produrre sempre di più? Sarebbe stato possibile devastare il paesaggio che Tomasi di Lampedusa considerava il più bello di tutta la Sicilia, sarebbe stato possibile devastare il paesaggio del luogo scelto dai greci per fondare la loro colonia più importante sull’isola, se il «più» non fosse stato identificato nell’immaginario collettivo col «meglio», se il modo di produzione industriale e le innovazioni tecnologiche non fossero state considerate fattori di progresso perché consentono di accrescere la produzione di merci, se la crescita dei consumi di merci non fosse stata considerata un miglioramento rispetto all’autoproduzione di beni, se la salubrità dei luoghi e la salute umana fossero state considerate più importanti del reddito monetario? Oggi è possibile fermare la devastazione dei paesaggi senza una rivoluzione culturale che smonti nell’immaginario collettivo il valore della crescita?

Tutti i piani regolatori hanno sempre previsto, si potrebbe dire «per definizione», consistenti aumenti delle superfici edificabili, indipendentemente dal colore politico delle giunte. Più in generale l’edilizia ha svolto una funzione di traino per la crescita economica in tutti i paesi industrializzati. Quand le bâtiment va, tout va, hanno sintetizzato i francesi con una frase entrata nel lessico internazionale. Se la crescita del settore edile è il fattore trainante della crescita economica e la crescita economica viene identificata col progresso e il benessere; se, per ripetere le parole di Barilli, si è convinti che l’urbanesimo costituisca un progresso rispetto alle miserie della civiltà contadina, non è possibile ridurre le devastazioni paesaggistiche operate da un’edilizia finalizzata a costruire sempre di più e in modi sempre meno qualificati ponendole semplicemente dei limiti a tutela dei paesaggi. I paesaggi sono stati disegnati dalla civiltà contadina, la loro tutela, non fosse altro dal punto di vista idrogeologico, non si può realizzare se non nell’ambito di una rivalutazione della civiltà contadina e di un ridimensionamento dell’urbanesimo. Un’edilizia capace di aggiungere bellezza alla bellezza originaria dei luoghi si può sviluppare soltanto all’interno di un paradigma culturale che liberi il fare dalla finalizzazione a fare sempre di più(la crescita della produzione di merci) e lo ridefinisca nella sua connaturata dimensione qualitativa, facendolo tornare ad essere un fare bene finalizzato alla contemplazione di ciò che si è fatto.

La decrescita, se correttamente intesa, è in grado di fornire il contesto culturale necessario a fare questo passaggio. La decrescita non è la riduzione quantitativa della produzione di merci. Non è la semplice sostituzione del segno più col segno meno davanti al valore monetario del prodotto interno lordo perché in questo modo non si uscirebbe dalla valutazione quantitativa del fare. La decrescita non può essere confusa con la recessione. Tra decrescita e recessione c’è un rapporto analogo a quello che intercorre tra una persona che mangia meno di quanto vorrebbe perché ha deciso di fare una dieta, e una persona che mangia meno di quanto vorrebbe perché non ne ha. A partire dalla distinzione concettuale tra beni e merci, la decrescita si realizza, in primo luogo diminuendo la produzione e il consumo di merci che non sono beni (per esempio: l’energia che si disperde da una casa mal costruita), ma non dei beni che si possono ottenere solo in forma di merci (per esempio, un computer o una tac). E in secondo luogo si realizza aumentando la produzione e l’uso di beni che non passano attraverso uno scambio di denaro, o perché si possono più vantaggiosamente autoprodurre (per esempio: alcuni generi alimentari o alcune riparazioni), o perché si possono più vantaggiosamente scambiare sotto forma di dono e reciprocità nell’ambito di rapporti comunitari (molti servizi alla persona), o perché non possono essere comprati e venduti (i beni relazionali: l’amore, la solidarietà ecc.).

La decrescita reintroduce criteri di valutazione qualitativi nel fare umano e si propone di ridurre gli scambi commerciali alla loro dimensione fisiologica rispetto ai più rozzi criteri di valutazione semplicemente quantitativa e all’onnimercificazione utilizzati nel calcolo del prodotto interno lordo. È una vera e propria rivoluzione culturale, in grado di costruire un diverso immaginario collettivo, definire un diverso sistema di valori e sviluppare una legislazione urbanistica finalizzata non solo a tutelare i paesaggi, ma a favorire la ripresa di quell’opera sapiente e paziente con cui gli esseri umani hanno aggiunto nel corso dei secoli bellezza alla bellezza originaria dei luoghi in cui vivono.

Solo all’interno di questo cambiamento di paradigma è possibile proporre, non come misura contenitiva ma come proposta progettuale per un futuro migliore, il blocco dell’espansione edilizia, a partire da una indagine conoscitiva degli edifici vuoti, come proposto dal Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio.

Ma dal dopoguerra a oggi non si è costruito solo troppo, si è anche costruito male, dal punto di vista estetico, ingegneristico, ambientale ed energetico. Per il riscaldamento invernale i nostri edifici consumano in media 200 chilowattora al metro quadrato all’anno, mentre in Germania la legislazione non consente che si superi un consumo di 70 chilowattora e gli edifici più efficienti ne consumano 15.

Contestualmente al blocco dell’espansione urbanistica occorre pertanto avviare una politica finalizzata a ripristinare la bellezza dei paesaggi, riducendo la quantità e migliorando la qualità degli edifici esistenti.

A tal fine non si potrà prescindere dall’avviare progressivi processi di decostruzione delle aree urbane più degradate e la loro rinaturalizzazione, sull’esempio di quanto sta avvenendo a Detroit. Al contempo si dovrà procedere alla riqualificazione degli edifici esistenti, in particolare dal punto di vista energetico, non soltanto perché ciò consente di ridurre nella maniera più significativa le emissioni di anidride carbonica, ma anche perché la riduzione delle dispersioni termiche non comporta peggioramenti delle condizioni di benessere e ripaga i suoi costi d’investimento con la riduzione dei costi di gestione.

Una politica urbanistica di questo genere consentirebbe di superare la crisi che attanaglia il settore dell’edilizia, dove più che le politiche fiscali hanno inciso la saturazione del mercato e il progressivo aumento degli edifici invenduti.

Solo la riduzione della quantità e il miglioramento della qualità, coerentemente al paradigma culturale della decrescita sono in grado di ridare fiato al settore. Le possibilità che questa svolta possa avvenire sono maggiori di quanto si creda perché da alcuni decenni non sono più soltanto alcuni architetti e urbanisti illuminati a formulare proposte di questo genere, ma anche settori sempre più vasti dell’opinione pubblica e della società civile, a partire dalla tanto vituperata sindrome nimby che, seppure non immune da connotazioni egoistiche, ha segnato la rottura dell’egemonia culturale della crescita rimettendo in discussione la sua identificazione col concetto di progresso. Oggi un’accoglienza festante come quella ricevuta da Mattei nella piazza di Gagliano Castelferrato non è più immaginabile. Oggi le grandi opere e i grandi impianti industriali che distruggono i paesaggi e la vita degli esseri umani che li abitano devono essere imposti con la forza, l’occupazione militare del territorio, la demonizzazione mediatica di chi li rifiuta. Una saldatura tra questi movimenti e gli intellettuali impegnati a costruire un paradigma culturale dove il fare torni ad essere un fare bene e il fine del fare bene sia la possibilità di contemplare ciò che si è fatto, può essere decisiva per imprimere una direzione positiva alla svolta della storia che stiamo vivendo.

Maurizio Pallante

 

mercoledì 29 gennaio 2014

In difesa del verde di Collina d'oro

1023 firme in poco più di tre mesi per esprimere scontento e preoccupazione di fronte alla crescente fame di cemento che minaccia il verde della Collina d'oro. Le firme - leggiamo nel comunicato inviatoci - sono state state consegnate oggi. Dopo la mobilitazione a favore della salvaguardia dell'ex parco della Casa rossa di Hermann Hesse, la petizione promossa da un gruppo di abitanti del comune è emblematica del malessere della popolazione. Tuttavia, quello che può essere visto come un segnale preoccupante - la consegna, nel Luganese, dell'ennesima  petizione a difesa del territorio-  è al tempo stesso l'indizio rallegrante del crescente coinvolgimento dei cittadini a difesa del territorio in cui vivono.  Non c'è quindi da stupirsi che - cito - "la petizione ha ricevuto il sostegno spontaneo di alcuni residenti di Bré, dove opera sullo stesso fronte il gruppo Uniti per Bré, a dimostrazione della solidarietà esistente fra gruppi di cittadini che si mobilitano contro l'uso sconsiderato del territorio, gruppi sempre più numerosi e attivi in tutto il Cantone". A proposito di solidarietà: avete firmato la petizione "Salviamo gli alberi di Lugano"? 

foto tratta dal sito "Voce ai Luganesi"

Ortica

venerdì 29 novembre 2013

Viale Castagnola è un bene protetto ma la municipale non lo sapeva


Ribaltone al cardiopalma per una cinquantina di ippocastani di Viale Castagnola: dati per spacciati a inizio settimana, sono stati graziati due giorni dopo a seguito dell'intervento provvidenziale di Adriano Censi, presidente della Commissione cantonale Beni Cantonali. Il "restyling" di Viale Castagnola era stato annunciato nell'ambito del rinnovo dell'alberatura prevista dal Verde pubblico del Dicastero dei servizi urbani, misura da attuare tra il 2013 e il 2015. Quello che è increscioso è che nè la municipale Zanini-Barzaghi, responsabile dell'Area costruzione e servizi pubbici, nè Roberto Bolgé, responsabile della sezione Verde pubblico, erano al corrente che quegli alberi non si potevano toccare poiché protetti dallo stesso PR di Lugano.

All'indomani della notizia dei previsti interventi di "rinnovo" dell'alberatura di Viale Castagnola, ecco la reazione immediata dei Verdi che denunciano i ripetuti attacchi al patrimonio botanico della città e sottolineano come Bolgé non sia nuovo a questo tipo di modus operandi: "prima si taglia, e poi  magari si valuta". Il riferimento è a tagli avvenuti in passato di piante ultracentenarie risultate poi perfettamente sane. Il caso più clamoroso: il taglio di una pianta secolare al Parco Ciani nell'estate 2013.  Eppure, sottolineano i Verdi, gli alberi secolari sono patrimonio dei cittadini di Lugano alla stessa stregua - aggiungiamo noi - del patrimonio architettonico delle vecchie ville luganesi. 
 
I Verdi non perdono tempo e prima che Censi intervenga e in un'interrogazione sottoscritta da cinque altri consiglieri comunali (4 PLR e 1 PPD) chiedono una perizia indipendente: vogliono sapere se e quali alberi siano davvero da abbattere.  Ora, dopo il provvidenziale intervento del presidente della commissione cantonale Beni culturali,  gli alberi storici destinati all'abbattimento nell'ambito delle misure di rinnovo dell'alberatura cittadina sono passati da 163 a 109.  I 52 ippocastani graziati -"un patrimonio cresciuto in quasi un secolo e capace di generare plus-valore ancora per decenni"- erano stati messa a dimora negli anni 1930. Prendere coscienza di questo patrimonio verde ancora disseminato nel tessuto urbano è ora un atto dovuto: nei confronti della cittadinanza tutta ma anche di quella che verrà.

"Diventa grande quella nazione dove gli anziani piantano alberi della cui ombra non godranno mai, cosa sarà di quelle nazioni dove i giovani tagliano gli alberi della cui ombra hanno già goduto!". Questo proverbio greco accompagnava lo scritto di Marusca Andreoli, giovane giardiniera di 28 anni, indirizzato lo scorso maggio all'Ufficio dei servizi urbani. Nello scritto, Marusca esprimeva il suo disappunto e la sua meraviglia per la scarsa considerazione dimostrata nei confronti del patrimonio botanico della città: "Si taglia, si sradica si abbatte, si costruisce sopra...". Gli alberi non possono parlare: diamo loro voce, come abbiamo dato voce alle vecchie ville minacciate dall'avanzata delle ruspe e del cemento. Glielo dobbiamo poichè - come scrive ancora Marusca Andreoli - "gli alberi non fuggono di fronte al pericolo, non si lamentano quando vengono mutilati e sono capaci di morire con grande dignità".

Da Pathopolis, Tita Carloni e il "metrobosco" di Milano
 
Ortica