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mercoledì 12 marzo 2014

Maurizio Pallante, la crescita e la devastazione del paesaggio


Propongo il testo integrale di un contributo di Maurizio Pallante - fondatore del Movimento per la decrescita felice - pubblicato da Salviamo il Paesaggio e nel quale ri-propone la necessità di uno sviluppo economico alternativo.
Ortica
Nel 1958, quando già sapeva di essere gravemente ammalato, Giuseppe Tomasi di Lampedusa scrisse un racconto, La Sirena, che fu pubblicato nel 1961. (…) Ecco un passaggio del suo racconto:

Sei stato mai ad Augusta, tu …? E in quel golfettino interno, più in su di punta Izzo, dietro la collina che sovrasta le saline …? Certo è il più bel posto della Sicilia, per fortuna non ancora scoperto dai dopolavoristi. La costa è selvaggia, … completamente deserta, non si vede neppure una casa; il mare è del colore dei pavoni; e proprio di fronte, al di là di queste onde cangianti, sale l’Etna; da nessun altro posto è bello come da lì, calmo, possente, davvero divino. È uno di quei luoghi nei quali si vede l’aspetto eterno di quell’isola che tanto scioccamente ha volto le spalle alla sua vocazione che era quella di servir da pascolo per gli armenti del sole.

Quel posto è Priolo: venti chilometri di costa, tra Catania e Siracusa, devastati dalle politiche di sviluppo del mezzogiorno. Una successione di edifici industriali costruiti negli anni cinquanta del secolo scorso, dove sono state collocate le produzioni più insalubri: dall’amianto alla petrolchimica, dalla raffinazione del petrolio allo stoccaggio dei prodotti di raffinazione, con il contorno delle piattaforme logistiche per i camion e degli attracchi per le petroliere. Venti chilometri di mare non più balneabile, di capannoni in parte degradati, con travi di ferro affioranti da muri di cemento scrostati, finestre arrugginite, vetri rotti, cumuli di rifiuti. Dall’altro lato della strada statale paesi i cui i centri storici, per modesti che fossero, la piazza con la chiesa e il municipio, sono stati avvolti da successive concrezioni di condomini bisognosi da subito di manutenzioni mai fatte, di casette squadrate a un piano spesso intonacate solo in parte, da cui affiorano tondini di ferro in attesa di sopraelevazioni, di strade dall’asfalto sconnesso bordate da file ininterrotte di automobili. Luoghi in cui un antico saper fare, connotato qualitativamente e finalizzato all’autoproduzione di beni è stato annientato da un’arroganza tecnologica finalizzata alla produzione di quantità sempre crescenti di merci e dalla omologazione sui modelli di comportamento consumistici. Dove l’aria è diventata irrespirabile, l’acqua imbevibile, molti terreni agricoli sono stati abbandonati, le percentuali dei tumori e delle deformazioni infantili hanno valori superiori alla media.

Il 27 ottobre 1962, quando per cause non ancora accertate che, senza essere profeti, si può dire non lo saranno mai, il piccolo aereo dell’Eni su cui viaggiava Enrico Mattei precipitò al suolo nei pressi di Bascapè, il presidente della compagnia petrolifera italiana tornava da un viaggio lampo in Sicilia, dove dal balcone del Municipio di Gagliano Castelferrato, attorniato dai deputati siciliani del Parlamento e dell’Assemblea regionale, aveva annunciato il ritrovamento di importanti giacimenti di gas metano nelle campagne circostanti e l’inizio, ormai imminente, di uno sviluppo industriale che avrebbe portato in quei luoghi ricchezza e benessere. Alla fine del discorso scese nella piazza, dove fu accolto al lancio di coriandoli da una folla festante che lo accompagnò in una sorta di processione fino all’automobile. Del resto, che le sue non fossero semplici promesse ma fatti, acta non verba, era appena stato dimostrato dalla realizzazione a Gela di un grande impianto petrolifero, petrolchimico e chimico che aveva stravolto, in modo non dissimile dalla costa di Priolo, il tratto di costa su cui greci nel VII secolo avanti Cristo avevano fondato la più importate delle loro colonie sull’isola.

Questi processi, devastanti e irreversibili, di trasformazione del paesaggio, ossia dei luoghi lentamente antropizzati nel corso dei secoli e, insieme ad essi, del sistema dei valori delle generazioni che li stavano abitando e di quelle che li avrebbero abitati in futuro, non si sarebbero potuti realizzare se non fossero stati vissuti come fattori di progresso, se non avessero avuto il consenso di tutti gli strati sociali, se tutti gli strati sociali non fossero stati convinti che avrebbero comportato miglioramenti alle loro condizioni di vita. Se Mattei non fosse stato accolto come un benefattore dalla popolazione e dai politici di tutti i colori.

Appena un anno dopo il discorso di Gagliano Castelferrato e la morte di Mattei, nell’ottobre del 1963, sempre in Sicilia ma questa volta a Palermo, un gruppo di intellettuali italiani diede vita a un movimento di avanguardia che, per sottolineare la sua volontà innovativa anche rispetto alle avanguardie storiche del novecento si autodefinì neo-avanguardia: il Gruppo 63. Rievocando lo spirito che li animava, uno dei principali esponenti di quel movimento, Renato Barilli, nel 2007 ha scritto: «L’Italia del dopoguerra voleva crescere, lasciarsi alle spalle le miserie della civiltà contadina, muoversi verso la cultura industriale, l’urbanesimo», liberarsi dai vincoli di un «mondo riduttivo, chiuso al progresso».

L’Italia del dopoguerra voleva crescere, muoversi verso la cultura industriale, l’urbanesimo, il progresso. Questi sono stati in sintesi i moventi del processo che, con l’apporto di una potenza tecnologica sempre maggiore, in poco più di cinquant’anni ha distrutto i paesaggi a cui gli esseri umani che li hanno abitati avevano aggiunto col lavoro di secoli bellezza alla bellezza originaria.

Questi sono stati i capisaldi della cultura che lo hanno reso desiderabile e connotato positivamente nell’immaginario collettivo.
Cosa significa il verbo crescere quando viene applicato alle attività economiche e produttive?

La crescita non è, come si fa credere e si fa finta di credere, l’aumento della produzione di beni che migliorano la qualità della vita, perché il parametro che la misura, il prodotto interno lordo, può calcolare soltanto il valore monetario degli oggetti e dei servizi che vengono scambiati con denaro, cioè le merci, ma non può dare nessuna indicazione sulla loro qualità, sulla loro utilità, o sui danni che causano agli ambienti e alle persone nei modi in cui vengono prodotte, quando vengono utilizzate e quando vengono smaltite, come una bilancia può misurare soltanto il peso e non può dare nessuna indicazione sulla qualità di ciò che pesa.

Può indicare quanto pesa una certa quantità di mele, ma non se sono buone o cattive, mature, acide o appassite. Queste considerazioni di un’ovvietà banale sono state escluse dalla valutazione della produzione di merci e la quantità ha preso il posto della qualità. «Più» è diventato sinonimo di «meglio». Mentre le economie finalizzate alla sussistenza, alla produzione di beni per autoconsumo, si fondano sulla misura, perché produrre più di quello che serve non avrebbe senso, le economie finalizzate alla crescita della produzione di merci si fondano sulla dismisura. Per produrre sempre di più occorre in primo luogo accrescere in continuazione la potenza tecnologica, costruire macchine operatrici sempre più potenti in grado di aumentare la produttività; ma se se si produce sempre di più occorre indurre le persone a consumare sempre di più, perché se tutto ciò che viene prodotto non venisse consumato come si potrebbe continuare a produrre sempre di più? Sarebbe stato possibile devastare il paesaggio che Tomasi di Lampedusa considerava il più bello di tutta la Sicilia, sarebbe stato possibile devastare il paesaggio del luogo scelto dai greci per fondare la loro colonia più importante sull’isola, se il «più» non fosse stato identificato nell’immaginario collettivo col «meglio», se il modo di produzione industriale e le innovazioni tecnologiche non fossero state considerate fattori di progresso perché consentono di accrescere la produzione di merci, se la crescita dei consumi di merci non fosse stata considerata un miglioramento rispetto all’autoproduzione di beni, se la salubrità dei luoghi e la salute umana fossero state considerate più importanti del reddito monetario? Oggi è possibile fermare la devastazione dei paesaggi senza una rivoluzione culturale che smonti nell’immaginario collettivo il valore della crescita?

Tutti i piani regolatori hanno sempre previsto, si potrebbe dire «per definizione», consistenti aumenti delle superfici edificabili, indipendentemente dal colore politico delle giunte. Più in generale l’edilizia ha svolto una funzione di traino per la crescita economica in tutti i paesi industrializzati. Quand le bâtiment va, tout va, hanno sintetizzato i francesi con una frase entrata nel lessico internazionale. Se la crescita del settore edile è il fattore trainante della crescita economica e la crescita economica viene identificata col progresso e il benessere; se, per ripetere le parole di Barilli, si è convinti che l’urbanesimo costituisca un progresso rispetto alle miserie della civiltà contadina, non è possibile ridurre le devastazioni paesaggistiche operate da un’edilizia finalizzata a costruire sempre di più e in modi sempre meno qualificati ponendole semplicemente dei limiti a tutela dei paesaggi. I paesaggi sono stati disegnati dalla civiltà contadina, la loro tutela, non fosse altro dal punto di vista idrogeologico, non si può realizzare se non nell’ambito di una rivalutazione della civiltà contadina e di un ridimensionamento dell’urbanesimo. Un’edilizia capace di aggiungere bellezza alla bellezza originaria dei luoghi si può sviluppare soltanto all’interno di un paradigma culturale che liberi il fare dalla finalizzazione a fare sempre di più(la crescita della produzione di merci) e lo ridefinisca nella sua connaturata dimensione qualitativa, facendolo tornare ad essere un fare bene finalizzato alla contemplazione di ciò che si è fatto.

La decrescita, se correttamente intesa, è in grado di fornire il contesto culturale necessario a fare questo passaggio. La decrescita non è la riduzione quantitativa della produzione di merci. Non è la semplice sostituzione del segno più col segno meno davanti al valore monetario del prodotto interno lordo perché in questo modo non si uscirebbe dalla valutazione quantitativa del fare. La decrescita non può essere confusa con la recessione. Tra decrescita e recessione c’è un rapporto analogo a quello che intercorre tra una persona che mangia meno di quanto vorrebbe perché ha deciso di fare una dieta, e una persona che mangia meno di quanto vorrebbe perché non ne ha. A partire dalla distinzione concettuale tra beni e merci, la decrescita si realizza, in primo luogo diminuendo la produzione e il consumo di merci che non sono beni (per esempio: l’energia che si disperde da una casa mal costruita), ma non dei beni che si possono ottenere solo in forma di merci (per esempio, un computer o una tac). E in secondo luogo si realizza aumentando la produzione e l’uso di beni che non passano attraverso uno scambio di denaro, o perché si possono più vantaggiosamente autoprodurre (per esempio: alcuni generi alimentari o alcune riparazioni), o perché si possono più vantaggiosamente scambiare sotto forma di dono e reciprocità nell’ambito di rapporti comunitari (molti servizi alla persona), o perché non possono essere comprati e venduti (i beni relazionali: l’amore, la solidarietà ecc.).

La decrescita reintroduce criteri di valutazione qualitativi nel fare umano e si propone di ridurre gli scambi commerciali alla loro dimensione fisiologica rispetto ai più rozzi criteri di valutazione semplicemente quantitativa e all’onnimercificazione utilizzati nel calcolo del prodotto interno lordo. È una vera e propria rivoluzione culturale, in grado di costruire un diverso immaginario collettivo, definire un diverso sistema di valori e sviluppare una legislazione urbanistica finalizzata non solo a tutelare i paesaggi, ma a favorire la ripresa di quell’opera sapiente e paziente con cui gli esseri umani hanno aggiunto nel corso dei secoli bellezza alla bellezza originaria dei luoghi in cui vivono.

Solo all’interno di questo cambiamento di paradigma è possibile proporre, non come misura contenitiva ma come proposta progettuale per un futuro migliore, il blocco dell’espansione edilizia, a partire da una indagine conoscitiva degli edifici vuoti, come proposto dal Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio.

Ma dal dopoguerra a oggi non si è costruito solo troppo, si è anche costruito male, dal punto di vista estetico, ingegneristico, ambientale ed energetico. Per il riscaldamento invernale i nostri edifici consumano in media 200 chilowattora al metro quadrato all’anno, mentre in Germania la legislazione non consente che si superi un consumo di 70 chilowattora e gli edifici più efficienti ne consumano 15.

Contestualmente al blocco dell’espansione urbanistica occorre pertanto avviare una politica finalizzata a ripristinare la bellezza dei paesaggi, riducendo la quantità e migliorando la qualità degli edifici esistenti.

A tal fine non si potrà prescindere dall’avviare progressivi processi di decostruzione delle aree urbane più degradate e la loro rinaturalizzazione, sull’esempio di quanto sta avvenendo a Detroit. Al contempo si dovrà procedere alla riqualificazione degli edifici esistenti, in particolare dal punto di vista energetico, non soltanto perché ciò consente di ridurre nella maniera più significativa le emissioni di anidride carbonica, ma anche perché la riduzione delle dispersioni termiche non comporta peggioramenti delle condizioni di benessere e ripaga i suoi costi d’investimento con la riduzione dei costi di gestione.

Una politica urbanistica di questo genere consentirebbe di superare la crisi che attanaglia il settore dell’edilizia, dove più che le politiche fiscali hanno inciso la saturazione del mercato e il progressivo aumento degli edifici invenduti.

Solo la riduzione della quantità e il miglioramento della qualità, coerentemente al paradigma culturale della decrescita sono in grado di ridare fiato al settore. Le possibilità che questa svolta possa avvenire sono maggiori di quanto si creda perché da alcuni decenni non sono più soltanto alcuni architetti e urbanisti illuminati a formulare proposte di questo genere, ma anche settori sempre più vasti dell’opinione pubblica e della società civile, a partire dalla tanto vituperata sindrome nimby che, seppure non immune da connotazioni egoistiche, ha segnato la rottura dell’egemonia culturale della crescita rimettendo in discussione la sua identificazione col concetto di progresso. Oggi un’accoglienza festante come quella ricevuta da Mattei nella piazza di Gagliano Castelferrato non è più immaginabile. Oggi le grandi opere e i grandi impianti industriali che distruggono i paesaggi e la vita degli esseri umani che li abitano devono essere imposti con la forza, l’occupazione militare del territorio, la demonizzazione mediatica di chi li rifiuta. Una saldatura tra questi movimenti e gli intellettuali impegnati a costruire un paradigma culturale dove il fare torni ad essere un fare bene e il fine del fare bene sia la possibilità di contemplare ciò che si è fatto, può essere decisiva per imprimere una direzione positiva alla svolta della storia che stiamo vivendo.

Maurizio Pallante

 

domenica 12 gennaio 2014

Mendrisio: battute decisive per il destino del parco di Villa Argentina


Rancate, Tremona, Valera, parco di villa Argentina: il Mendrisiotto è sempre più sotto tiro. E sembra contendere la palma dello scempio territoriale e della distruzione della memoria storica detenuta sino a poco tempo fa dal Luganese. Sulla collina sovrastante Rancate, tempo fa è stata sventata la costruzione di ben sei palazzine che avrebbero comportato la distruzione dell'ex villa Gerosa, edificata da Tita Carloni negli anni '60. A Tremona, il piano particolareggiato del nucleo proposto dal  municipio di Mendrisio comporterebbe la demolizione di quasi un terzo dei suoi stabili, nonostante l'ISOS imponga la conservazione della sostanza e il divieto di demolizione.  Nella sciagurata ipotesi della sua approvazione, come scriveva Tiziano Fontana (consigliere comunale dei verdi a Mendrisio), nemmeno la casa natale del pittore Antonio Rinaldi, il patrimonio pittorico di casa Andreazzi o della casa comunale sarebbero tutelati.

Il comparto di Valera, oggetto di una petizione per presevare i circa 18 ettari di terreno quale area agricola, è una zona strategica da tempo al centro di interessi contrastanti. Prova ne è il conflitto di interessi che ha costretto il sindaco Croci a uscire dal gruppo di lavoro incaricato della sua pianificazione. Se al municipio interessano le potenzialità insediative del comparto, per i verdi e i firmatari della petizione la sua salvaguardia quale area verde in una zona sempre più martoriata dal traffico e dal dilagare di capannoni industriali è un'opportunità da non lasciarsi sfuggire, alla stessa stregua di quella dell'integrità del parco di Villa Argentina.

Da anni il comitato Parco di Villa Argentina si batte per la sua tutela: in quest'ottica, il progetto commissionato all'architetto paesaggista FSAO Heiner Rodel per il suo recupero è significativo in quanto unirebbe il rispetto della storicità del luogo alla valorizzazione di contenuti culturali , artistici e paesaggistici unici di questo parco storico. Eppure, nonostante  i cittadini di Mendrisio chiedano a gran voce di preservare sia il comparto di Valera sia il parco di Villa Argentina, l'urgenza delle loro richieste sembra non essere stata debitamente colta dalle autorità.

Lo scorso dicembre, in occasione della presentazione della variante di piano particolareggiato di Villa Argentina (in consultazione come la variante di PR per il comparto di Valera sino al 7 febbraio), lo studio per l'ampliamento dell'accademia sui due terrazzamenti della zona superiore del parco ha fatto calare il gelo sui presenti. Per i promotori della petizione, infatti, il parco non deve ospitare alcun edificio, nemmeno  di  carattere pubblico. D'altronde, il comparto di villa Argentina è classificato dall'Inventario federale degli insediamenti svizzeri da proteggere SOS come obbiettivo di salvaguardia A.

Ma le esigenze dell'Accademia di architettura in aperto contrasto con i vincoli derivanti dall'ISOS non si fermano qui. Un altro oggetto del contendere è il progetto per la copertura della corte interna di Palazzo Turconi: all'intervento si oppone anche la STAN che, recentemente, ha chiesto man forte alla Commissione federale dei monumenti storici forte del fatto che esso è indicato dall'ISOS come degno della preservazione integrale della sostanza.  Affaires (al plurale!)  à suivre ...
 
Ortica

domenica 21 aprile 2013

La giornata della terra


Domani, come ogni 22 aprile dal 1970 a questa parte, ricorre la Giornata della terra che celebra il diritto di vivere in un ambiente sano, equilibrato e sostenibile. La salvaguardia dell'ambiente è prioritaria, alla stessa stregua della tutela del territorio, dell'agricoltura, della salute, realtà tra loro strettamente interconnesse. La crescente fame di terra sta producendo effetti perversi, primo tra tutti quello del Land Grabbing. Complice la crisi finanziaria, speculatori e investitori puntano su valori solidi: la terra, appunto. Lo diceva già Mark Twain: "Comprate terra perché non ne fabbricano più" . 

Oggi la  cementificazione del suolo, oltre che essere responsabile della scomparsa del patrimonio storico-architettonico,  lo è anche di  quella di suolo fertile, di terre coltivabili. Ma la terra è una risorsa vitale e come tale va rispettata. A ricordarcelo su La Repubblica del 18 aprile è Carlo Petrini, fondatore dell'associazione "Slow Food" che scrive:
"Diamo fiducia a chi vuole tornare a coltivarla, curarla, amarla in virtù di un rapporto più stretto e simbiotico di quello che ha la media di ognuno di noi. Sì perchè è inaudito che si continui a fare finta di nulla di fronte allo scempio che sta subendo il nostro Paese. Accade a un ritmo esponenziale, folle, si consuma suolo fertile, si cementifica, si detrupa il paesaggio e si pregiudicano tutti i valori, materiali e immateriali di cui la terra, bene comune, è portatrice".
 
La giornata della terra - scrive - "è una giornata per ricordarci il valore di ciò che calpestiamo, respiriamo, usiamo, mangiamo, ammiriamo, abitiamo". Abbiamo ancora la scelta: o continuare a "spremerla come un limone o farla fruttare in maniera rispettosa". La terra è portatrice di valori materiali e immateriali, ricordiamocene.
 
Ortica
 
PS: in occasione del 40esimo anniversario del "Earth Day", la RSI aveva diffuso il bel documentario di Robert Stone "I giorni della terra". Se avete occasione, andate a rivedervelo, ne vale la pena.
 
 

domenica 24 febbraio 2013

LPT: le mucche non mangiano cemento!


Cara Icchia,

"Chi si oppone alla revisione sostenuta dal Consiglio federale  e dal Parlamento? Potenti settori dell'economia – Unione svizzera arti e mestieri (USAM), Economiesuisse (nata dalla fusione tra il Vorort e  la Proec), Società svizzera degli impresari costruttori, Associazione svizzera dell'economia fondiaria, Gastro Suisse, Associazione svizzera dei trasportatori stradali ecc.- e parte delle forze politiche (PLR nazionale, UDC, sezioni cantonali del PPD (tra cui Ticino, VD, GE, VS, FR, NE),  giovani PLR, giovani PDC, giovani UDC). Se si analizzano i loro argomenti, che possono essere consultati sul sito dell'USAM, si constata che non si preoccupano minimamente: dello sconsiderato consumo, in atto, di suolo e terre agricole; dell'urbanizzazione dispersiva; dell'abbruttimento del paesaggio; del peggioramento della qualità di vita (aumento di inquinamento acustico, luminoso oltre che dell'aria e dell'aumento di malattie alle vie respiratorie in particolare tra anziani e bambini ad esso legate); dell'aumento esorbitante che si verifica già oggi dei prezzi di terreni e di nuovi edifici (case o appartamenti) dovuto alla speculazione fondiaria e alla bolla immobiliare di cui si parla da tempo.
A proposito del consumo di suolo non deve sfuggire il legame che esso ha con la sovranità alimentare di un paese: secondo l'Ufficio federale dello sviluppo territoriale «in Svizzera si registra una perdita di 76 mq di terreno agricolo al minuto»; inoltre secondo il 6° Rapporto sull'alimentazione in Svizzera, presentato dall'Unione dei contadini svizzeri il 4 gennaio 2013, la Svizzera è divenuto «il paese che importa la maggior quantità di alimenti per abitante al mondo»!

Queste annotazioni sono di Tiziano Fontana, coordinatore del comitato Parco di Villa Argentina,  il quale nel suo blog ha messo in luce un aspetto estremamente importante della revisione in votazione. Quello della sovranità alimentare è un argomento collaterale ma sicuramente non secondario. Senza contare che limitare lo spreco di suolo agricolo potrebbe consentire il recupero di un patrimonio edilizio rurale ancora presente sul territorio. Spingendoci oltre, la tutela del territorio e quella dell'agricoltura potrebbero innescare -in una sorta di circolo virtuoso- nuove modalità economiche, come hanno sottolineato Carlo Petrini e Salvatore Settis di recente ospiti di Fabio Fazio a "Che tempo che fa". Rimanendo sempre nella vicina Italia, ricordiamo in proposito che la cementificazione crescente dei suoli agricoli è sfociata, lo scorso autunno, nell'approvazione di un disegno di legge quadro su «valorizzazione delle aree agricole e contenimento del consumo del suolo».  Poiché le cifre fanno paura: la contrazione della superficie agricola in 40 anni è passata da 18 a 13 milioni di ettari, penalizzando soprattutto le aree fertili come la Pianura Padana. E dal 1956 al 2012 il territorio edificato è aumentato del  166%.
 
Da navecorsara.it
 
Verrebbe da dire - parafrasando il titolo di un libro di recente pubblicazione -  che "le mucche non mangiano cemento" ... anche da noi! Il  territorio è una risorsa limitata da tutelare per le generazioni future. Ricordiamocene prima di votare sulla revisione di legge in votazione il 3 marzo.
Ortica

domenica 3 febbraio 2013

Cittadini e bene comune


Indignarsi non basta. Contro l'indifferenza che uccide la democrazia, contro la tirannia antipolitica dei mercati dobbiamo rilanciare l'etica della cittadinanza. Puntare su mete necessarie: giustizia sociale, tutela dell'ambiente, priorità del bene comune sul profitto del singolo. Far leva sui beni comuni come garanzia delle libertà pubbliche e dei diritti civili. Recuperare spirito comunitario, sapere che non vi sono diritti senza doveri, pensare anche in nome delle generazioni future. Ambiente, patrimonio culturale, salute, ricerca, educazione incarnano valori di cui la Costituzione è il manifesto: libertà, eguaglianza, diritto al lavoro. La comunità dei cittadini è fonte delle leggi e titolare dei diritti. Deve riguadagnare sovranità cercando nei movimenti civici il meccanismo-base della democrazia, il serbatoio delle idee per una nuova agenda della politica. Dare nuova legittimazione alla democrazia rappresentativa facendo esplodere le contraddizioni fra i diritti costituzionali e le pratiche di governo che li calpestano in obbedienza ai mercati. Ricreare la cultura che muove le norme, ripristina la legalità, progetta il futuro. Serve oggi una nuova consapevolezza, una nuova responsabilità. Una forte azione popolare in difesa del bene comune.

Parole forti, queste della presentazione da parte dell'editore Einaudi di Azione popolare, Cittadini per il bene comune, l'ultima fatica di Salvatore Settis - mie le sottolineature -. Ritornano, come un mantra, i principi cardini che hanno guidato e guidano  il suo pensiero e il suo operato. Da sempre in prima linea contro il degrado civile e territoriale, recentemente lo studioso è stato ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa insieme ad un altro illustre difensore del territorio: Carlo Petrini, fondatore di Slow food. Una scelta giustificata dal fatto che territorio, agricoltura, cibo e paesaggio sono realtà strettamente interconnesse la cui valorizzazione può essere considerata la nuova economia del futuro. Tutela del territorio e tutela dell'agricoltura vanno fusi in un progetto culturale unico di grande respiro in grado di innescare nuove modalità economiche.
Ortica

lunedì 11 giugno 2012

Ritorno alla terra? Cambiamo occhiali...


E a proposito del ritorno alla terra, ecco cosa scrive Carlo Petrini (fondatore di Slow Food) in un articolo apparso su Repubblica lo scorso 7 giugno.  

"Siamo sempre più d’accordo che il cambiamento serve e si comincia a intravedere, ma non ce ne siamo accorti fino a ieri, e tanti continuano a non capire. Per esempio se qualcuno dice che è necessario un "ritorno alla terra", una rivalutazione delle economie agricole, dei mestieri manuali e dell’artigianato, di sistemi produttivi e di consumo locali e sostenibili, viene immediatamente visto come un personaggio naif e fuori dal mondo. Ben che vada come una specie di guru che dice cose interessanti, ma pur sempre irrealizzabili. Invece è necessario cambiare occhiali, e allora si comincia a vedere. Si capisce che nel mondo tutto questo sta già avvenendo, da anni. Perché le buone pratiche che si possono mettere in atto riguardo al cibo, all’agricoltura, all’ambiente, agli antichi saperi che rimodernizzano i mestieri, sono tutte in essere in molte parti del Pianeta (...)

Il ritorno alla terra, foss’anche un diverso modo di fare la spesa, per coloro che vestono vecchi occhiali è utopico o "di nicchia". Ma sono sicuro che tante piccole realtà li travolgeranno, relegandoli, loro sì, in una nicchia dimenticata. Nessuno pensa - anche molti profeti del cambiamento - che queste persone stiano facendo vera economia. Ma oggi un pastore giovane riesce a fare più economia reale di tanti che vi sarebbero preposti, ve lo garantisco. «Finalmente la primavera sta arrivando», mi ha detto un entusiasta Ermanno Olmi una sera a margine di un convegno dedicato ai nuovi mestieri del cibo e dell’ambiente dove sono intervenuti tanti giovani già impegnati. Sottoscrivo in pieno, e gli altri si mettano il cuore in pace. La primavera sta arrivando: si può sentire, si può vedere".

Ortica


Tuteliamo i terreni agricoli!


La salvaguardia del nostro territorio passa anche dalla tutela delle zone agricole -sempre più minacciate dalla pressione immobiliare. Il tema è molto sentito sia da parte delle autorità sia da parte della popolazione: lo confermano i due programma nazionali  di ricerca attualmente in corso  - uno dedicato all'uso sostenibile delle risorse del suolo, l'altro allo sviluppo sostenibile e all'ambiente costruito - come pure la mobilitazione per il ripristino della destinazione agricola originaria dell'area di Valera, nel Mendrisiotto. Un segnale chiaro giunge ora anche dalla STAN che, in previsione della votazione del prossimo 17 giugno ad Ascona, si dice contraria al cambiamento da zona agricola a edificabile di 14'500 metri quadrati di terreno sul delta della Maggia. Vista l'importanza della posta in gioco, pubblichiamo interamente la sua presa di posizione (le sottolineature sono mie).
Ortica

Ascona: NO all’ampliamento della zona edificabile sul delta della Maggia!


I cittadini e le cittadine di Ascona si recheranno alle urne il 17 giugno prossimo per esprimersi su una modifica del Piano Regolatore comunale che prevede la messa in zona edificabile di 15'000 mq di terreno agricolo della Terreni alla Maggia S.A.. La STAN invita la popolazione asconese a respingere questa proposta, perché in tutto il Cantone e anche ad Ascona le superfici edificabili sono largamente in esubero rispetto al prevedibile utilizzo nei prossimi 10 o 20 anni, percui non vi è alcun bisogno di allargare ulteriormente la zona edificabile. La salvaguardia rigorosa del territorio agricolo, in specie quello pregiato (zone SAC o comunque facilmente sfruttabili sia per la campicoltura che per la foraggicoltura), è indispensabile se vogliamo salvare un’agricoltura vitale, e questo soprattutto nei fondovalli e nei pressi dei centri urbani dove maggiore è la pressione per altre utilizzazioni del territorio. La salvaguardia del territorio agricolo significa poi contemporaneamente pure salvaguardia del paesaggio e di spazi naturali aperti, e rappresenta un’esigenza irrinunciabile pure per l’attrattività turistica del nostro Cantone. È inoltre importante evitare di creare un precedente che relativizzerebbe la salvaguardia del territorio agricolo; occorre un segnale chiaro contro una progressiva cementificazione una fetta dopo l’altra del territorio agricolo cantonale (nel caso specifico in particolare quello del delta della Maggia: il Municipio di Locarno attende solo che passi questo azzonamento per andare alla carica pure esso contro le residue zone agricole sotto la sua giurisdizione…). Perdipiù nella revisione generale del P.R. recentemente adottata dal Consiglio comunale di Ascona, accanto all’azzonamento del terreno agricolo in questione contro cui è stato promosso il referendum, sono stati decisi altri ampliamenti delle superfici utili lorde edificabili (per es. portando da R3 a R5 alcune zone); quindi il restringimento della zona agricola sul delta della Maggia a maggior ragione non si giustifica.


In linea generale occorre rammentarsi pure di un antefatto storico: gran parte di questi terreni sul delta (non quello su cui si vota il 17 giugno che venne acquistato più tardi) vennero acquisiti nel 1942 (tramite la Terreni alla Maggia S.A.) dalla ditta Bührle: l’acquisto non fu un casuale o disinteressato amore all’agricoltura di questa industria, ma il risultato di una precisa volontà politica: l’autorità federale – di fronte alle richieste di varie parti politiche di tassare i “profitti di guerra” di alcune industrie che fiorivano vistosamente nelle ristrettezze di quei tempi – decise, anziché istituire una tassa, di indurre tali industrie a investire nell’agricoltura nazionale, nelle bonifiche fondiarie, nella creazione di aziende agricole modello, come appunto divenne la SA della Bührle sul delta. Pur essendo ovviamente cambiati i tempi, sarebbe quindi malvenuto che quella provvida decisione dei tempi del Piano Wahlen si trasformasse oggi in una speculazione immobiliare colossale da parte di questa SA.


Analizziamo le ragioni addotte dalle autorità asconesi per questa modifica di Piano Regolatore. Il Municipio cita come motivo di questo azzonamento l’interesse della proprietaria a poter fare con i proventi della vendita in questione degli investimenti nella propria azienda agricola e soprattutto nel settore alberghiero (essa è infatti proprietaria dell’albergo Castello del Sole); parimenti il Municipio del Borgo asserisce che favorire tali investimenti sarebbe nel precipuo interesse di Ascona in quanto Comune a vocazione turistica.


Queste ragioni non possono essere ritenute sufficienti a giustificare una deroga a una legge cantonale, che per definizione è preminente su considerazioni di interesse privato o comunale. Infatti le argomentazioni sopra accennate attengono a interessi pecuniari privati; se si giustificasse una diminuzione del territorio agricolo per tali motivi, non la si potrebbe praticamente più rifiutare in nessun altro caso, motivo per cui la legge verrebbe completamente vanificata. Perdipiù si tratta di aree SAC, cioè aree agricole pregiate adatte all’avvicendamento colturale, che sono comprese in un catasto cantonale (imposto dalla Confederazione) che nel Cantone Ticino annovera 3500 ha di superfici….che faticano però ad essere consolidate e sancite nelle pianificazioni comunali. Inoltre, secondo la legislazione vigente una sottrazione di terreno agricolo è fattibile solo se vi è un chiaro interesse pubblico (per es. per approntare infrastrutture pubbliche) e se essa è rigorosamente necessaria (per es. quando il proprietario o l’ente pubblico non possano realisticamente costruire altrove una struttura di cui abbisognano). Né l’una né l’altra di queste condizioni è data nel caso che ci occupa. Il Comune di Ascona non può certo far valere un interesse pubblico alla lottizzazione di questo terreno privato, perché il Borgo  non ha una necessità impellente di superfici edificabili, prevedendo il P.R. vigente una contenibilità teorica di quasi 20'000 unità abitative, laddove la popolazione residente non arriva nemmeno ai 6000 abitanti (12'000 se comprendiamo pure i letti turistici). Ma occorre dire che nemmeno l’argomento addotto dalla proprietaria è pertinente: non solo esso non sarebbe sufficiente a norma di legge per giustificare una diminuzione di terreno agricolo, ma è pure smentito dal fatto che la Terreni alla Maggia S.A. possiede sul territorio di Ascona altri terreni edificabili: si tratta di 3 particelle a lago per complessivi quasi 25mila mq, che sono, dedotti i vincoli sulla distanza dal lago ecc., in buona parte edificabili. Un ulteriore terreno edificabile è stato invece recentemente venduto dalla stessa a un promotore immobiliare. Non appare dunque così evidente che essa abbia bisogno di lottizzare il terreno agricolo oggetto della modifica di P.R. per finanziare gli investimenti nella propria struttura alberghiera….


Per questo motivo secondo la STAN, indipendentemente da cosa decideranno i cittadini di Ascona, il Cantone non potrebbe e non dovrebbe in ogni caso concedere la sottrazione di questa importante porzione di territorio agricolo.


Giova rammentare altresì che la Legge sulla conservazione del territorio agricolo prescrive giustamente che il compenso per ogni superficie agricola sottratta deve essere in primo luogo una superficie sostitutiva; solo quando ciò non sia manifestamente possibile nella stessa regione è ammesso il compenso finanziario (che nel caso specifico la proprietaria, et pour cause!, si è impegnata a sostenere per intero: si tratta di poco più di 400'000.- franchi, una inezia in confronto al vantaggio finanziario che essa trarrà dall’operazione).


La STAN invita quindi la cittadinanza di Ascona a voler respingere la modifica di P.R. sulla quale essa è chiamata a votare.