SEGNALATE I LUOGHI DEL CUORE E DELLA PANCIA

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venerdì 30 maggio 2014

Riflessioni di Melitta Jalkanen su Viale Castagnola

Pubblichiamo anche noi la presa di posizione di Melitta Jalkanen sul taglio di alcuni ippocastani di Viale Castagnola previsto oggi. Ricordiamo che il comitato "Salviamo gli alberi di Lugano" -che per primo si è battuto per la salvaguardia dell'integrità del viale alberato - è ancora attivo sulla pagina Facebook "Diamo voce ai luganesi" e accoglie le segnalazioni di tutti i cittadini preoccupati della triste sorte del patrimonio verde sempre più minacciato della nostra città.

Ortica



"Per il Municipio è difficile prendere le decisioni per noi. Se spendono i nostri soldi, li critichiamo. Se non li spendono, pure, perché ci tagliano i servizi. Se tagliano un albero, li critichiamo, ma se l'albero cade e fa danni, pure.
Riteniamo però che chi ha avuto il coraggio di accettare di governare la nostra città, dovrebbe avere il coraggio, la saggezza, il senso delle proporzioni, per distinguere tra pericoli e pericoli, tra benefici e benefici.
Nel caso di Viale Castagnola, il Municipio ha accolto la richiesta, firmata da più di 2'500 persone, di una perizia esterna. Anche Lugano comincia a muoversi nella direzione delle altre città dove si riconosce che gli alberi sono un valore da curare, non un rischio da combattere.  La dendrologa basilese ha identificato nove alberi troppo compromessi, quindi da tagliare. I Verdi accettano questa decisione, presa con competenza tecnica e trasparenza verso i cittadini.
Quando invece ci sono altri motivi, non di stabilità degli alberi e sicurezza delle persone, per il taglio di alberi e l’asfaltatura di spazi verdi, sarebbe una buona cosa se il Municipio ci informasse. Forse, se i cittadini sono informati, saranno d'accordo. Ma è un brutto sentimento, percepire che non ci viene detto tutto, e non sapere perché. Invitiamo il Municipio a comunicare di più, in modo semplice e diretto e a basso costo. A Zurigo appendono cartoncini plastificati sugli alberi che si intendono tagliare, con le motivazioni, e lo fanno con anticipo. Il comitato «Salviamo gli alberi di Lugano», con i 2'540 firmatari, sarebbe un ottimo intermediario tra Municipio e cittadini.
Il progetto del Municipio era di tagliare tutti i 73 ippocastani dello storico e monumentale Viale Castagnola (una cifra inclusa nel totale di 163 alberi da tagliare sul territorio comunale). La motivazione era che gli alberi sono malati e pericolosi. Grazie al sollevamento dei cittadini, e la richiesta di una perizia particolareggiata, è stato appurato che sono solo nove gli alberi a rischio.
Questo dimostra che il Municipio aveva inizialmente agito in modo superficiale e che manca una specifica sensibilità verso valori che per i cittadini sono importantissimi.
Chiediamo di rivedere questo atteggiamento e prendere le misure necessarie perché ogni operatore della città abbia un’altra consapevolezza di fronte al verde pubblico. Troppi alberi anche centenari o protetti sono stati tagliati senza valide motivazioni e questo non dovrebbe più succedere. 
Nel caso di Viale Castagnola il Municipio ha dovuto prendere atto della pressione dei cittadini. Speriamo vivamente che in futuro cerchi di coglierne in anticipo le preoccupazioni e non soltanto di illustrare decisioni già prese, come è avvenuto. Se i luganesi non avessero difeso il loro viale, a quest’ora non ci sarebbe più. Con una perdita inestimabile per tutti noi."


Melitta Jalkanen, consigliera comunale verde 

Caso Enderlin: les laisons dangereuses dei politici


Lo scorso 7 maggio, tre consiglieri comunali verdi di Bellinzona hanno chiesto al municipio di monitorare una situazione immobiliare sempre più surriscaldata. "La stipulazione degli accordi bilaterali - si legge nella loro interpellanza per un registro pubblico delle abitazioni vuote - ha aperto il mercato immobiliare svizzero, e quello cantonale, a investitori esteri che con la loro crescente domanda hanno innalzato i prezzi degli immobili spingendo a un uso e abuso sconsiderato del territorio". Che dopo lo scempio perpetrato nel Luganese, ad essere finiti nel mirino degli speculatori e degli immobiliaristi d'assalto fossero il Sopraceneri e Bellinzona lo avevamo già denunciato lo scorso anno. D'altronde, prendendo coscienza della gravità e dell'urgenza della situazione, il Municipio aveva dato prova di tempestica e sensibilità decretando il congelamento di tutte le richieste di demolizione e ciò in attesa della conclusione del censimento UBC sui beni meritevoli di tutela. Cosa fatta capo ha: le autorità bellinzonesi hanno ora deciso di avviare la procedura per dotarsi di una variante di PR che tenga conto dei beni segnalati.


Ma la tutela del territorio deve spingersi oltre. I sempre più rari terreni non ancora edificati fanno gola a molti. In atto da alcuni anni, l'accelerazione impressionante del moltiplicarsi di cantieri ha modificato in modo irriversibile il nostro paesaggio. Anche nella capitale, denunciano i verdi bellinzonesi, "si costruisce ormai ovunque, risalendo le montagne, su terreni in pendenza, senza giardini, a ridosso di strade e di altri immobili, principalmente proprietà per piani e superfici industriali".  A Lugano, dove i terreni ancora edificabili sono ormai merce rarissima, si costruisce ormai ovunque davvero. La prova?  Le modine poste su questo fazzoletto di pietra e cemento in via Zurigo:  pendenza ripidissima, spazio esiguo, accesso al cantiere di certo non dei più semplici -la strada che si intravvede è tra le più trafficate della città- eppure... Eppure.



Di riflesso, il pensiero non può non correre al recente dell'arresto in Italia dell'imprenditore luganese e consigliere comunale PLR Davide Enderlin, coinvolto nel caso Carige.  Sembrerebbe che i soldi finiti a Lugano tramite Enderlin fossero destinati a investimenti immobiliari. E se Enderlin protesta la sua innocenza -in dubio pro reo- , il suo non è ne il primo ne sarà l'ultimo caso di politici coinvolti in scandali legati al mattone. Che l'immobiliare profumi sovente di denaro frutto di affari illeciti non è una novità, come d'altronde testimonia  il recentissimo scandalo di Expo 2015 scoppiato nella vicina penisola. Non è forse giunta l'ora di aprire gli occhi anche da noi e di denunciare le facili e possibili derive del settore?  


Dopo il caso dell'ex sindaco di Bissone, la vicenda Enderlin dovrebbe mettere tutti sul chi vive. Il rischio, purtroppo concreto, del possibile intreccio di interessi tra politici nostrani e operatori  immobiliari meriterebbe di essere affrontato apertamente per evitare pericolose derive nocive al buon funzionamento delle istituzioni e alla fiducia dei cittadini nelle stesse. Denunciato apertamente dai verdi bellinzonesi, l'uso e abuso sconsiderato del territorio favorito (direttamente o indirettamente)  dall'afflusso di capitali esteri è un tema prioritario, da affrontare senza remore e senza indugi.  Poiché gli interessi in gioco  rischiano di ridurre il territorio a semplice oggetto di speculazione, ove reddito e  investimento sono destinati a prevalere su quello che il paesaggio e la sua difesa dovrebbero essere: strumenti di coesione  della comunità e portatori di valori civili.


Ortica






venerdì 16 maggio 2014

Sonni tranquilli a Gandria e a Bellinzona: ma altrove?


Sonni tranquilli a Gandria e a Bellinzona: ma altrove?

Gandria e Bellinzona, recentemente nel mirino degli appetiti degli immobiliaristi, possono tirare un sospiro di sollievo. Gandria è un bene paesaggistico di inestimabile valore, tra i villaggi più significativi situati in riva al lago a livello nazionale.  È  infatti un sito pittoresco in base al decreto legislativo sulle bellezze naturali, un paesaggio di importanza naturale secondo l'inventario federale dei paesaggi, siti e monumenti naturali di importanza nazionale e un insediamento svizzero di importanza nazionale secondo l'Inventario federale degli insediamenti svizzeri da proteggere. Ebbene, in barba a tutto ciò, l'ex sindaco Pacchin - dopo il no al progetto edilizio firmato GG - ci aveva riprovato affidando all'architetto Lo Riso l'elaborazione di un nuovo progetto. Bocciato anche quest'ultimo con il preavviso negativo del Dipartimento del territorio. E pensare che dalle pagine patinate di una rivista di casa nostra, Lo Riso ne aveva vantato i pregi definendolo  "un progetto per la valorizzazione di Gandria".  La palla è ora nelle mani del municipio di Lugano: allineatosi una prima volta al no (vincolante) del Cantone, difficilmente potrà fare diversamente.

Anche il segnale giunto nei giorni scorsi dalla Turrita è forte: la capitale è decisa a dotarsi di una variante di PR la cui elaborazione tenga conto dei 309 nuovi oggetti d'interesse locale potenzialmente degni di tutela individuati dal censimento dell'UBC. Oggi a Bellinzona i beni culturali protetti d'interesse locale sono 33 ai quali si aggiungono 53 di importanza cantonale. Non sono dunque caduti nel vuoto gli appelli lanciati lo scorso anno a difesa delle ville storiche di Bellinzona e sfociate in una mozione del gruppo PPD, in una petizione della STAN e in un'iniziativa popolare dei Verdi (frattanto dichiarata  irricevibile. Ma i verdi non ci stanno). 

In attesa del nuovo PR,  il patrimonio storico-architettonico della città è in una botte di ferro: il municipio intende esaminare l'introduzione di una nuova zona di pianficazione ai sensi della LST: e stando alla legge "al suo interno nulla può essere intrapreso che possa rendere più ardua la pianificazione dell'utilizzazione" e "le  domande di costruzione in contrasto con gli obbiettivi del piano di formazione sono decise negativamente". Possiamo dormire sonni tranquilli. Ma non per questo non rimanere vigili. Altrove, i cementificatori sono in agguato.

Alcuni giorni fa Villa Gerosa, a Rancate, è stata battuta all'asta per più di 12 milioni di franchi.  Se l'è aggiudicata la Banca Raiffeisen,  ma il suo futuro rimane un'incognita. L'istituto di credito la metterà certamente in vendita e la villa, opera di Tita Carloni, fa gola soprattutto per l'estensione del terreno. Ad un primo progetto per l'edificazione di sei stabili, ne era seguito un secondo, ridimensionato dopo che il primo era stato abbandonato in seguito alla levata di scudi sollevata alla prevista demolizione della villa. La promotrice Renza de Dea aveva così commentato la rinuncia: "Bisogna decidere se vogliamo lo sviluppo o se è meglio ritirarci sui pascoli".  Leggete cosa le aveva risposto Andrea Stéphani, consigliere comunale dei verdi di Mendrisio ...
Ortica

lunedì 12 maggio 2014

Consumo di suolo: dall'Italia di Expo un esempio virtuoso


Le cifre sul consumo di suolo in Svizzera divulgate alcuni mesi fa dall'Ufficio federale di statistica sono impietose: in 25 anni il cemento ha inghiottito 584 chilometri quadrati, una superficie grande quanto il lago Lemano, il che equivale alla scomparsa di 1,1 metri  quadri di prati e campi coltivabili al secondo. In Ticino, la cementificazione ha assunto proporzioni ben maggiori rispetto al resto della Svizzera:  nello stesso periodo sono andati persi oltre 36'000 ettari di campagna. Ma a fare peggio, molto peggio di noi, c'è l'Italia dove il consumo è di 8 metri quadri al secondo. 

E proprio "8 metri al secondo" è il titolo scelto provocatoriamente per il suo ultimo libro da Domenico Finiguerra, sindaco di Cassinetta di Lugagnano, alle porte di Milano, primo comune a dotarsi - anzi, a inventarsi- il piano regolatore a crescita zero.  In un territorio devastato dagli appetiti degli immobiliaristi ,  l'esperienza di Cassinetta di Lugagnano ha fatto da argine al crescente sentimento di straniamento dei cittadini. Un sentimento frutto della combinazione avvelenata di fattori come "la perdita di identità dei territori, la trasformazione dell’ambiente che ci circonda, il senso di privazione e sottrazione subita che nasce quando non si riconosce e non ci si riconosce più nel paesaggio, nel territorio, nelle strade che si percorrono nella vita di ogni giorno". Un malessere che accomuna ormai cittadini ad ogni latitudine e di ogni paese, compreso il nostro.  Come non pensare allo stravolgimento in atto nel Mendrisiotto?

E se un metro al secondo è tanto, 8 metri sono davvero troppi. Così di fronte all'emergenza territoriale, un ripensamento sembra farsi largo anche tra le fila di coloro che,  sino a poco tempo fa, erano soliti tacciare di ecoterrorismo chi si batteva per la difesa del territorio. Emblematico, in proposito, il ribaltone del maggiore sindacato italiano del settore edile  (Fillea ) che di recente si è pronunciato esplicitamente per uno stop alla costruzione di nuove case. Un'inversione di rotta a 360% che rimette in discussione anni di cementificazione selvaggia, consumo scriteriato e indiscriminato di suolo, saccheggio del territorio. La nuova parola d'ordine è riqualifica delle aree già edificate. Riuso e rigenerazione edilizia del suolo edificato per porre un freno alla cementificazione dei suoli agricoli e presevarli da un ulteriore impoverimento. Obbiettivo della Filea è una diminuzione, entro il 2020, di almeno il 50% di suolo. Ecco cosa scriveva il sindacato a presentazione del suo convegno sul consumo di suolo zero.

"Non può più esistere l'attuale modello di sviluppo che ha portato alla cannibalizzazione del nostro territorio e del "BEL PAESE". Le scelte politiche da noi fatte dall'ultimo congresso ad oggi, hanno rafforzato la convinzione della Fillea che la crisi strutturale che ha investito l'Italia è figlia anche di queste valutazioni che, sovente, hanno favorito i palazzinari, i cementificatori, l'illegalità e le mafie. Dalla crisi si può uscire se, con grande chiarezza, si imbocca una strada diversa e opposta da quella che è stata tracciata e praticata almeno negli ultimi quarant'anni. Il cambio di tendenza si realizza passando dal cementificare al ricostruire, dalle aree impermeabilizzate a quelle verdi, dalla produzione di CO2 al  risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale, dal lavoro dequalificato e sfruttato al lavoro professionalizzato e legale". 

Obbiettivo ambizioso che se attuato potrebbe dare slancio a quella riconversione ormai preconizzata da più parti. Una svolta emblematica che ci auguriamo possa essere presa ad esempio anche da noi. Ridurre drasticamente il consumo di suolo è la grande sfida del futuro.  Del resto, il tema è al centro del dibattito politico, basti pensare alla densificazione degli insediamenti preconizzata dalla Confederazione o alla recente approvazione della nuova legge sulla pianificazione del territorio.

"Con la crisi - ha dichiarato nel corso del suo intervento Danilo Barbi, segretario nazionale della Cigl -  questo modello di sviluppo non funziona più (...). E' un modello superato, che ha creato ricchezza solo per pochi grandi proprietari e non l'ha redistribuita alla collettività, anzi, ha aumentato le diseguaglianze sociali. Ragion per cui, basta con il costruire tanto per costruire, ci vuole un nuovo modello di sviluppo basato sulla sostenibilità ambientale, sull'innovazione tecnologica, sulla riqualificazione urbana (...).

Parole sante. I cittadini ringraziano.

 

Ortica

 

mercoledì 12 marzo 2014

Maurizio Pallante, la crescita e la devastazione del paesaggio


Propongo il testo integrale di un contributo di Maurizio Pallante - fondatore del Movimento per la decrescita felice - pubblicato da Salviamo il Paesaggio e nel quale ri-propone la necessità di uno sviluppo economico alternativo.
Ortica
Nel 1958, quando già sapeva di essere gravemente ammalato, Giuseppe Tomasi di Lampedusa scrisse un racconto, La Sirena, che fu pubblicato nel 1961. (…) Ecco un passaggio del suo racconto:

Sei stato mai ad Augusta, tu …? E in quel golfettino interno, più in su di punta Izzo, dietro la collina che sovrasta le saline …? Certo è il più bel posto della Sicilia, per fortuna non ancora scoperto dai dopolavoristi. La costa è selvaggia, … completamente deserta, non si vede neppure una casa; il mare è del colore dei pavoni; e proprio di fronte, al di là di queste onde cangianti, sale l’Etna; da nessun altro posto è bello come da lì, calmo, possente, davvero divino. È uno di quei luoghi nei quali si vede l’aspetto eterno di quell’isola che tanto scioccamente ha volto le spalle alla sua vocazione che era quella di servir da pascolo per gli armenti del sole.

Quel posto è Priolo: venti chilometri di costa, tra Catania e Siracusa, devastati dalle politiche di sviluppo del mezzogiorno. Una successione di edifici industriali costruiti negli anni cinquanta del secolo scorso, dove sono state collocate le produzioni più insalubri: dall’amianto alla petrolchimica, dalla raffinazione del petrolio allo stoccaggio dei prodotti di raffinazione, con il contorno delle piattaforme logistiche per i camion e degli attracchi per le petroliere. Venti chilometri di mare non più balneabile, di capannoni in parte degradati, con travi di ferro affioranti da muri di cemento scrostati, finestre arrugginite, vetri rotti, cumuli di rifiuti. Dall’altro lato della strada statale paesi i cui i centri storici, per modesti che fossero, la piazza con la chiesa e il municipio, sono stati avvolti da successive concrezioni di condomini bisognosi da subito di manutenzioni mai fatte, di casette squadrate a un piano spesso intonacate solo in parte, da cui affiorano tondini di ferro in attesa di sopraelevazioni, di strade dall’asfalto sconnesso bordate da file ininterrotte di automobili. Luoghi in cui un antico saper fare, connotato qualitativamente e finalizzato all’autoproduzione di beni è stato annientato da un’arroganza tecnologica finalizzata alla produzione di quantità sempre crescenti di merci e dalla omologazione sui modelli di comportamento consumistici. Dove l’aria è diventata irrespirabile, l’acqua imbevibile, molti terreni agricoli sono stati abbandonati, le percentuali dei tumori e delle deformazioni infantili hanno valori superiori alla media.

Il 27 ottobre 1962, quando per cause non ancora accertate che, senza essere profeti, si può dire non lo saranno mai, il piccolo aereo dell’Eni su cui viaggiava Enrico Mattei precipitò al suolo nei pressi di Bascapè, il presidente della compagnia petrolifera italiana tornava da un viaggio lampo in Sicilia, dove dal balcone del Municipio di Gagliano Castelferrato, attorniato dai deputati siciliani del Parlamento e dell’Assemblea regionale, aveva annunciato il ritrovamento di importanti giacimenti di gas metano nelle campagne circostanti e l’inizio, ormai imminente, di uno sviluppo industriale che avrebbe portato in quei luoghi ricchezza e benessere. Alla fine del discorso scese nella piazza, dove fu accolto al lancio di coriandoli da una folla festante che lo accompagnò in una sorta di processione fino all’automobile. Del resto, che le sue non fossero semplici promesse ma fatti, acta non verba, era appena stato dimostrato dalla realizzazione a Gela di un grande impianto petrolifero, petrolchimico e chimico che aveva stravolto, in modo non dissimile dalla costa di Priolo, il tratto di costa su cui greci nel VII secolo avanti Cristo avevano fondato la più importate delle loro colonie sull’isola.

Questi processi, devastanti e irreversibili, di trasformazione del paesaggio, ossia dei luoghi lentamente antropizzati nel corso dei secoli e, insieme ad essi, del sistema dei valori delle generazioni che li stavano abitando e di quelle che li avrebbero abitati in futuro, non si sarebbero potuti realizzare se non fossero stati vissuti come fattori di progresso, se non avessero avuto il consenso di tutti gli strati sociali, se tutti gli strati sociali non fossero stati convinti che avrebbero comportato miglioramenti alle loro condizioni di vita. Se Mattei non fosse stato accolto come un benefattore dalla popolazione e dai politici di tutti i colori.

Appena un anno dopo il discorso di Gagliano Castelferrato e la morte di Mattei, nell’ottobre del 1963, sempre in Sicilia ma questa volta a Palermo, un gruppo di intellettuali italiani diede vita a un movimento di avanguardia che, per sottolineare la sua volontà innovativa anche rispetto alle avanguardie storiche del novecento si autodefinì neo-avanguardia: il Gruppo 63. Rievocando lo spirito che li animava, uno dei principali esponenti di quel movimento, Renato Barilli, nel 2007 ha scritto: «L’Italia del dopoguerra voleva crescere, lasciarsi alle spalle le miserie della civiltà contadina, muoversi verso la cultura industriale, l’urbanesimo», liberarsi dai vincoli di un «mondo riduttivo, chiuso al progresso».

L’Italia del dopoguerra voleva crescere, muoversi verso la cultura industriale, l’urbanesimo, il progresso. Questi sono stati in sintesi i moventi del processo che, con l’apporto di una potenza tecnologica sempre maggiore, in poco più di cinquant’anni ha distrutto i paesaggi a cui gli esseri umani che li hanno abitati avevano aggiunto col lavoro di secoli bellezza alla bellezza originaria.

Questi sono stati i capisaldi della cultura che lo hanno reso desiderabile e connotato positivamente nell’immaginario collettivo.
Cosa significa il verbo crescere quando viene applicato alle attività economiche e produttive?

La crescita non è, come si fa credere e si fa finta di credere, l’aumento della produzione di beni che migliorano la qualità della vita, perché il parametro che la misura, il prodotto interno lordo, può calcolare soltanto il valore monetario degli oggetti e dei servizi che vengono scambiati con denaro, cioè le merci, ma non può dare nessuna indicazione sulla loro qualità, sulla loro utilità, o sui danni che causano agli ambienti e alle persone nei modi in cui vengono prodotte, quando vengono utilizzate e quando vengono smaltite, come una bilancia può misurare soltanto il peso e non può dare nessuna indicazione sulla qualità di ciò che pesa.

Può indicare quanto pesa una certa quantità di mele, ma non se sono buone o cattive, mature, acide o appassite. Queste considerazioni di un’ovvietà banale sono state escluse dalla valutazione della produzione di merci e la quantità ha preso il posto della qualità. «Più» è diventato sinonimo di «meglio». Mentre le economie finalizzate alla sussistenza, alla produzione di beni per autoconsumo, si fondano sulla misura, perché produrre più di quello che serve non avrebbe senso, le economie finalizzate alla crescita della produzione di merci si fondano sulla dismisura. Per produrre sempre di più occorre in primo luogo accrescere in continuazione la potenza tecnologica, costruire macchine operatrici sempre più potenti in grado di aumentare la produttività; ma se se si produce sempre di più occorre indurre le persone a consumare sempre di più, perché se tutto ciò che viene prodotto non venisse consumato come si potrebbe continuare a produrre sempre di più? Sarebbe stato possibile devastare il paesaggio che Tomasi di Lampedusa considerava il più bello di tutta la Sicilia, sarebbe stato possibile devastare il paesaggio del luogo scelto dai greci per fondare la loro colonia più importante sull’isola, se il «più» non fosse stato identificato nell’immaginario collettivo col «meglio», se il modo di produzione industriale e le innovazioni tecnologiche non fossero state considerate fattori di progresso perché consentono di accrescere la produzione di merci, se la crescita dei consumi di merci non fosse stata considerata un miglioramento rispetto all’autoproduzione di beni, se la salubrità dei luoghi e la salute umana fossero state considerate più importanti del reddito monetario? Oggi è possibile fermare la devastazione dei paesaggi senza una rivoluzione culturale che smonti nell’immaginario collettivo il valore della crescita?

Tutti i piani regolatori hanno sempre previsto, si potrebbe dire «per definizione», consistenti aumenti delle superfici edificabili, indipendentemente dal colore politico delle giunte. Più in generale l’edilizia ha svolto una funzione di traino per la crescita economica in tutti i paesi industrializzati. Quand le bâtiment va, tout va, hanno sintetizzato i francesi con una frase entrata nel lessico internazionale. Se la crescita del settore edile è il fattore trainante della crescita economica e la crescita economica viene identificata col progresso e il benessere; se, per ripetere le parole di Barilli, si è convinti che l’urbanesimo costituisca un progresso rispetto alle miserie della civiltà contadina, non è possibile ridurre le devastazioni paesaggistiche operate da un’edilizia finalizzata a costruire sempre di più e in modi sempre meno qualificati ponendole semplicemente dei limiti a tutela dei paesaggi. I paesaggi sono stati disegnati dalla civiltà contadina, la loro tutela, non fosse altro dal punto di vista idrogeologico, non si può realizzare se non nell’ambito di una rivalutazione della civiltà contadina e di un ridimensionamento dell’urbanesimo. Un’edilizia capace di aggiungere bellezza alla bellezza originaria dei luoghi si può sviluppare soltanto all’interno di un paradigma culturale che liberi il fare dalla finalizzazione a fare sempre di più(la crescita della produzione di merci) e lo ridefinisca nella sua connaturata dimensione qualitativa, facendolo tornare ad essere un fare bene finalizzato alla contemplazione di ciò che si è fatto.

La decrescita, se correttamente intesa, è in grado di fornire il contesto culturale necessario a fare questo passaggio. La decrescita non è la riduzione quantitativa della produzione di merci. Non è la semplice sostituzione del segno più col segno meno davanti al valore monetario del prodotto interno lordo perché in questo modo non si uscirebbe dalla valutazione quantitativa del fare. La decrescita non può essere confusa con la recessione. Tra decrescita e recessione c’è un rapporto analogo a quello che intercorre tra una persona che mangia meno di quanto vorrebbe perché ha deciso di fare una dieta, e una persona che mangia meno di quanto vorrebbe perché non ne ha. A partire dalla distinzione concettuale tra beni e merci, la decrescita si realizza, in primo luogo diminuendo la produzione e il consumo di merci che non sono beni (per esempio: l’energia che si disperde da una casa mal costruita), ma non dei beni che si possono ottenere solo in forma di merci (per esempio, un computer o una tac). E in secondo luogo si realizza aumentando la produzione e l’uso di beni che non passano attraverso uno scambio di denaro, o perché si possono più vantaggiosamente autoprodurre (per esempio: alcuni generi alimentari o alcune riparazioni), o perché si possono più vantaggiosamente scambiare sotto forma di dono e reciprocità nell’ambito di rapporti comunitari (molti servizi alla persona), o perché non possono essere comprati e venduti (i beni relazionali: l’amore, la solidarietà ecc.).

La decrescita reintroduce criteri di valutazione qualitativi nel fare umano e si propone di ridurre gli scambi commerciali alla loro dimensione fisiologica rispetto ai più rozzi criteri di valutazione semplicemente quantitativa e all’onnimercificazione utilizzati nel calcolo del prodotto interno lordo. È una vera e propria rivoluzione culturale, in grado di costruire un diverso immaginario collettivo, definire un diverso sistema di valori e sviluppare una legislazione urbanistica finalizzata non solo a tutelare i paesaggi, ma a favorire la ripresa di quell’opera sapiente e paziente con cui gli esseri umani hanno aggiunto nel corso dei secoli bellezza alla bellezza originaria dei luoghi in cui vivono.

Solo all’interno di questo cambiamento di paradigma è possibile proporre, non come misura contenitiva ma come proposta progettuale per un futuro migliore, il blocco dell’espansione edilizia, a partire da una indagine conoscitiva degli edifici vuoti, come proposto dal Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio.

Ma dal dopoguerra a oggi non si è costruito solo troppo, si è anche costruito male, dal punto di vista estetico, ingegneristico, ambientale ed energetico. Per il riscaldamento invernale i nostri edifici consumano in media 200 chilowattora al metro quadrato all’anno, mentre in Germania la legislazione non consente che si superi un consumo di 70 chilowattora e gli edifici più efficienti ne consumano 15.

Contestualmente al blocco dell’espansione urbanistica occorre pertanto avviare una politica finalizzata a ripristinare la bellezza dei paesaggi, riducendo la quantità e migliorando la qualità degli edifici esistenti.

A tal fine non si potrà prescindere dall’avviare progressivi processi di decostruzione delle aree urbane più degradate e la loro rinaturalizzazione, sull’esempio di quanto sta avvenendo a Detroit. Al contempo si dovrà procedere alla riqualificazione degli edifici esistenti, in particolare dal punto di vista energetico, non soltanto perché ciò consente di ridurre nella maniera più significativa le emissioni di anidride carbonica, ma anche perché la riduzione delle dispersioni termiche non comporta peggioramenti delle condizioni di benessere e ripaga i suoi costi d’investimento con la riduzione dei costi di gestione.

Una politica urbanistica di questo genere consentirebbe di superare la crisi che attanaglia il settore dell’edilizia, dove più che le politiche fiscali hanno inciso la saturazione del mercato e il progressivo aumento degli edifici invenduti.

Solo la riduzione della quantità e il miglioramento della qualità, coerentemente al paradigma culturale della decrescita sono in grado di ridare fiato al settore. Le possibilità che questa svolta possa avvenire sono maggiori di quanto si creda perché da alcuni decenni non sono più soltanto alcuni architetti e urbanisti illuminati a formulare proposte di questo genere, ma anche settori sempre più vasti dell’opinione pubblica e della società civile, a partire dalla tanto vituperata sindrome nimby che, seppure non immune da connotazioni egoistiche, ha segnato la rottura dell’egemonia culturale della crescita rimettendo in discussione la sua identificazione col concetto di progresso. Oggi un’accoglienza festante come quella ricevuta da Mattei nella piazza di Gagliano Castelferrato non è più immaginabile. Oggi le grandi opere e i grandi impianti industriali che distruggono i paesaggi e la vita degli esseri umani che li abitano devono essere imposti con la forza, l’occupazione militare del territorio, la demonizzazione mediatica di chi li rifiuta. Una saldatura tra questi movimenti e gli intellettuali impegnati a costruire un paradigma culturale dove il fare torni ad essere un fare bene e il fine del fare bene sia la possibilità di contemplare ciò che si è fatto, può essere decisiva per imprimere una direzione positiva alla svolta della storia che stiamo vivendo.

Maurizio Pallante

 

martedì 11 marzo 2014

Avete detto castello di Trevano?


Guardatevi questo bel servizio diffuso oggi dal Quotidiano sull'ex castello di Trevano. Quando si dice tutela della nostra memoria storica...
Ortica

Levata di scudi contro il pump-track a Carona: neanche la STAN ci sta



La STAN chiede di rispedire al mittente, annullandola, la domanda di costruzione per la prevista pista di pump-track in quel di Carona.

da Tio.ch

I vizi di forma della pubblicazione  e la non conformità del progetto rispetto alla località prescelta - zona parco San Grato - bastano e avanzano per chiedere la ripubblicazione della domanda in vista di un esame più approfondito del caso. L'associazione non ha dubbi: sull'Arbostora, la pista per rampichini proprio non s'ha da fare. Tutto, ma proprio tutto, vi si oppone: dall'ISOS - che classifica Carona come insediamento di importanza nazionale - all'Inventario federale del paesaggio e alla scheda P4 del piano direttore cantonale. E che dire della nuova Legge sullo sviluppo territoriale e i suoi scopi in materia di tutela e valorizzazione del paesaggio? No, proprio non ci siamo. Nella sua opposizione, la STAN sottolinea inoltre la necessità di rivedere il PR di Lugano (sezione Carona), ormai inadeguato a perseguire gli scopi della nuova LST.


Dal canto loro cinque consiglieri comunali luganesi autori di una mozione interpartitica, oltre sollevare la questione della mancata pubblicazione della DDC all'albo comunale del neo-quartiere, soffiano ulteriormente sul fuoco:  generatore di traffico -è improbabile che gli utenti della futura pista la raggiungano sulle loro bici fuori strada- e inutile - Carona dispone già di altri percorsi adatti per il rampichino -, il progetto sarebbe finanziato - colmo di tutti i colmi - con i soldi stanziati a favore della "mobilità ciclabile". Un bel pasticcio, non c'è che dire.

Ortica