Finalmente! A quattro anni dalla riuscita dell'iniziativa per la modifica della Legge sulla protezione dei beni culturali (LBC) voluta dalla STAN, il CdS ha licenziato il relativo messaggio che permetterà una tutela più incisiva delle testimonianze del nostro passato. Una bella vittoria per la Società per la protezione dell'arte e della natura, artefice dell'iniziativa popolare legislativa generica "Un futuro per il nostro passato" grazie alla quale i mezzi a disposizione di chi si batte per la salvaguardia della nostra memoria ne escono rafforzati. Leggi qui.
Ortica
SIS (Salviamo il Salvabile) è un inno alla protezione dei beni che troppo spesso spariscono dalle città. SIS vuole segnalare, far riflettere, sensibilizzare, unire le forze, re-agire prima che non ci sia veramente più nulla ... da salvare! Icchia e Ortica
SEGNALATE I LUOGHI DEL CUORE E DELLA PANCIA
QUALE LUOGO AMATE E QUALE DETESTATE? COSA SUSCITA IN VOI? SEGNALATELO CON SCRITTI, FOTO, COMMENTI, FATELO IN MODO ANONIMO, CON UNO PSEUDONIMO O CON IL VOSTRO VERO NOME MA PARTECIPATE AL SONDAGGIO DI SALVIAMO IL SALVABILE!
GRAZIE A TUTTI
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venerdì 15 giugno 2018
martedì 22 maggio 2018
Rispedito al mittente il sì al progetto nel parco di Hermann Hesse
No alla realizzazione del controverso complesso immobiliare nel parco dell'ex casa rossa di Hermann Hesse: il Tribunale cantonale amministrativo rispedisce al mittente il sì incassato dal Governo. Accogliendo i ricorsi dei vicini, della STAN e dell'Heimatschutz contro la sua decisione dello scorso febbraio di accogliere le impugnative presentate contro il diniego della licenza edilizia, il TRAM rimescola nuovamente le carte in tavola.
Non sembra esserci pace per il progetto dell'architetto Alvaro Bührig: a ben cinque anni della prima richiesta di costruzione, tutto è ancora fermo. Ai promotori (Elisabetta Pavesi) non rimane ora che la via del Tribunale federale. A chi sinora si è prodigato per la salvaguardia del parco e la sua messa sotto tutela in omaggio alla memoria del premio Nobel, l'appello a continuare a battersi affinché alla tutela del patrimonio immateriale venga riconosciuta pari dignità di quella del paesaggio storico-architettonico .
Ortica
mercoledì 9 maggio 2018
Di alberi e di merli: il paesaggio che non c'è più
Alcune settimane fa mi sono imbattuta in uno scritto ("Quando il paesaggio è irriconoscibile") apparso nella rubrica Lettere&Opinioni del Corriere del Ticino. Iniziava così:
Non sento più cantare i merli e anche i passeri sono ormai pochi. Da un giorno all'altro hanno perso casa, terreno di gioco, di caccia. Da un giorno all'altro sono venuti giù una dozzina di alberi ad alto fusto: ippocastani, allori, faggi che davano frescura e un tocco di verde alla via. Lo scempio di cui sto parlando è avvenuto a Massagno, appena sopra l'aerea dove sorgeva l'albergo Washington, ora un cantiere aperto. Una zona dove negli ultimi anni è stato raso al suolo l'antico nucleo di Santa Lucia, sono state cancellate ville con giardini, alberi maestosi, cipressi centenari.
Continuo. In poche righe c'è tutto lo scempio cui stiamo assistendo un po' ovunque a Lugano. E non solo.
Poco più a nord, a ridosso dell'autostrada, un altro parco ha fatto la stessa fine (...). Gli alberi sono un pericolo. Tagli drastici di piante robuste si vedono anche lungo il sentiero che costeggia la Maggia.
Gli alberi sono un pericolo: già, ne sanno qualcosa gli ippocastani di Viale Castagnola. E invece sono gli alberi ad essere in pericolo! Proseguo e, poco dopo, leggo:
Con l'urgenza di sfruttare al massimo gli indici, ogni nuova costruzione impone la cancellazione totale del verde: si abbatte il tiglio, si pianta qualche palma, si infila un rampicante in una recinzione e poi la si chiama "Residenza del tiglio", col tiglio già in segheria (nella migliore delle ipotesi). Altri appartamenti di alto standing che rimarranno vuoti: il tasso di appartamenti sfitti in Ticino è altissimo, inversamente proporzionale al verde. Col taglio di alberi, interi quartieri hanno cambiato fisionomia, il viale Cassarate è lì da vedere.
Penso a Tita Carloni, acerrimo nemico dei "fitoassassini" e grande amico degli alberi, tanto da sognare "un esercito di anticorpi da opporre all'imperio del cemento, dell'asfalto, dei rumori, dell'aria malata". E penso a un suo scritto dove (era la fine degli anni '90 del secolo scorso) vagheggiava la creazione di un vasto progetto di restauro territoriale lungo il fiume Ticino, dalla Val Bedretto sino allo sbocco del Po: il grande vecchio dell'architettura ci ha lasciati ma se ancora fosse tra noi osserverebbe costernato l'evoluzione di un territorio sempre più irriconoscibile. Più grigio che verde. Così tristemente grigio che
"finiremo anche noi come i passeri, a guardarci attorno in un paesaggio che non riconosceremo più".
Dimenticavo: un grazie a Cristina Foglia per il suo scritto, bello e terribile al tempo stesso.
Ortica
lunedì 7 maggio 2018
Anno del patrimonio: un colpo al cerchio e uno alla botte?
L'anno del patrimonio è in pieno svolgimento in tutta Europa e la Svizzera non è da meno per celebrare questo importante appuntamento. Oltre il concorso di idee aperto a tutta la popolazione lanciato sulla piattaforma Patrimonio per tutti (presto sarà comunicato il progetto vincente), non mancano gli appuntamenti e le manifestazioni ai quali partecipano enti pubblici e privati, accomunati da unico intento: salvaguardare a valorizzare il patrimonio del nostro paese, sempre più messo sotto pressione. Tra questi, in prima linea, anche Heimatschutz e la STAN, che come sezione della Svizzera Italiana, ha messo a punto un programma ricco di proposte: consultare per credere! Eppure in questo anno del patrimonio, e ciononostante, Heimatschutz lancia l'allarme: la modifica della Legge federale sulla protezione della natura e del paesaggio (LNP) costituisce un durissimo e inaccettabile colpo alla tutela dei beni culturali e paesaggistici. La revisione consentirebbe la ponderazione degli interessi tra protezione e utilità non solo quando alla tutela si opponesse un interesse nazionale, ma anche nel caso di un interesse cantonale. Come dire? da un canto si celebra a colpi di gran cassa l'anno del patrimonio, dall'altro si elabora una modifica che ne indebolisce la tutela. Un colpo al cerchio e uno alla botte. Ripenso a quanto affermato alcuni giorni fa da Salvatore Settis, ospite a Lugano, in merito all'usata e abusata espressione "La bellezza salverà il mondo". Non è la bellezza che salverà il mondo, ma è il mondo che dovrebbe salvare la bellezza.
Ortica
giovedì 28 settembre 2017
A Lugano ancora ville a rischio: paghiamo lo scotto di una variante PR poco coraggiosa
Che un piano regolatore unitario sia della massima urgenza lo dimostra il
consenso unamime con il quale il legislativo luganese ha approvato, lo scorso
mese di maggio, lo stanziamento di quasi un milione e mezzo destinato a
finanziare l'unificazione dei 21 piani regolatori in un unico Masterplan. Se non bastasse, a dimostrare l'urgenza di un
PR unitario, le note vicissitudini di Gandria - dove nonostante la bocciatura da
parte del TF del progetto Borgo degli Ulivi, l'edificabilità dei terreni non è
stata rimessa in discussione - come pure la mozione inoltrata da un gruppo di consiglieri comunali per avviare al più presto una variante di
PR che consenta di dezonare al pian Scairolo il comparto del Corona. Occorre
evitare che la transitorietà nella quale ci si trova possa andare ulteriormente
a scapito della zona, già cementificata ad oltranza.
E sempre nel Luganese, fa riflettere l'ennesimo caso di una villa storica
a rischio abbattimento la cui tutela era stata suggerita dal Cantone. La villa
in questione si trova a Massagno, comune dove in passato sono state consentite
demolizioni scellerate, come quelle che hanno visto l'annientamento dello
storico quartiere di Santa Lucia. Ora rischia di essere abbattuta una villa di
inizio Novecento che il Cantone avrebbe messo sotto tutela quale bene di
interesse locale, ma che il comune non ha voluto inserire nella lista di variante
di PR all'esame di Bellinzona. Leggo che per fare spazio all'ennesimo
parallelepipedo, verrebbero abbattuti due faggi che lo stesso municipio ritiene
meritevoli di conservazione! In un passato recente, Massagno ha subito una
profonda trasformazione che ha visto cadere sotto le ruspe innumerovoli
testimonianze della sua storia. Non rimane che sperare nel preavviso cantonale.
Rimaniamo sempre nel Luganese, questa volta a Lugano. Che la lista di
beni protetti inseriti nella variante di PR approvata sei anni fa sia lacunosa
e meritevole di essere ampliata lo dimostra anche il caso del quartiere di
Montarina. Correva l'anno 2011 e in un'intervista al GdP, Giordano Macchi,
allora presidente della commissione della pianificazione all'epoca
dell'approvazione del messaggio muncipale sulla variante dei beni culturali di
interesse cantonale e locale, si
esprimeva così: "L'elenco è un
ottima base di partenza, ma è evidente frutto di un compromesso. Da una lista
preparata dai tecnici, neppure tanto lunga, il Municipio ha stralciato molti
oggetti. Quindi si tratta di una lista troppo corta".
Parole profetiche. Infatti, il
fatto che la variante fosse il risultato di un compromesso lo si misura oggi. Nella stessa intervista, Macchi tacciò la politica di tutela del
municipio "da molto banda a
inesistente. A parole tutti vogliono difendere il bello. Poi nella realtà
vincono il denaro e il cemento." Re
Giorgio nel frattempo è caduto, le bellezze storico-architettoniche di Lugano
sono meglio tutelate, ma si potrebbe
fare ancora meglio. Infatti, a dimostrare le lacune della variante di PR
approvata nel 2011, è l'interrogazione urgente con la quale lo scorso luglio i verdi hanno sollecitato il municipio a istituire una zona di pianificazione per la tutela dell'intero quartiere di Montarina, una richiesta analoga della STAN e le polemiche sorte sulla mancata protezione di due edifici in via
Loreto. Il primo oggetto di una domanda di costruzione alla quale la STAN si
oppone, il secondo oggetto di una richiesta di messa sotto tutela da parte
degli stessi proprietari. Frattanto, lo scorso giugno, il Consiglio di Stato ha
reso noto di avere individuato 22 altri beni culturali da tutelare. Quel che è
certo è che se si avesse avuto il
coraggio di stilare un elenco esaustivo sei anni fa, anzichè corrrere ai ripari oggi chiedendo la messa
tutela a posteriori di edifici snobbati a suo tempo, si sarebbe risparmiata la
demolizione di altre testimonianze del patrimonio culturale, storico e architettonico
di cui Lugano è stata privata negli ultimi sei anni.
Ortica
sabato 16 settembre 2017
A quando la revisione del PR di Gandria?
Il re è morto, viva il re! Alla luce di quanto riportato dalla stampa in merito al sentenza del Tribunale federale sul controverso progetto Lo Riso-Pacchin a Gandria, parafrasando la celebre frase potremmo commentare "Il Borgo degli ulivi è morto, viva il Borgo degli ulivi!". Dopo la bocciatura del TF, forti del fatto che l'edificabilità del terreno non è stata messa in discussione, i promotori hanno infatti comunicato di intendere presentare un nuovo progetto concertato con le competenti autorità. E' più che mai urgente che il municipio di Lugano proceda alla revisione del PR del quartiere luganese e alla sua protezione, unico modo per ... salvare il salvabile!
Ortica
A rischio una pregiata area lacustre a Magliaso: salviamola firmando la petizione

Lo scorso febbraio un progetto per l'edificazione di un complesso residenziale a Maroggia e in parte a Melano ha suscitato l'opposizione di numerosi cittadini, dei Cittadini per il territorio e della STAN.
Ora è la volta di Magliaso: a suscitare le ire di chi si batte per la tutela del territorio, la realizzazione su un terreno a lago di 2'800 metri quadrati di un complesso di dieci appartamenti. Il progetto comprometterebbe i delicati equilibri di un'area pregiata dal punto di vista paesaggistico e ambientale, caratterizzato da alberi di alto fusto, canneti e da una passeggiata a lago. Un comparto che fa gola ai promotori immobiliari anche se l'interesse pubblico del comparto dovrebbe e deve essere preminente rispetto a quello privato. Ricordiamo che stando alla Costituzione federale e cantonale, le rive dei laghi devono essere accessibili alla popolazione. A voler salvare questo lembo di rive pubbliche dall'ennesima speculazione immobiliare, una petizione per la salvaguardia di questa area verde lacustre. Vi invitiamo a firmarla e a farla girare,
Ortica
sabato 9 settembre 2017
il Tribunale federale mette KO il Borgo degli Ulivi a Gandria
Tutto è bene quel che finisce bene, verrebbe da dire. Il Tribunale federale ha messo
definitivamente fine ad una vicenda che ha fatto scorrere fiumi di inchiostro e tolto il sonno a fautori e oppositori
del controverso progetto immobiliare "Borgo degli ulivi" a Gandria.
Ci sono voluti ben sei anni tra ricorsi e controricorsi, ma quello che si apre
oggi grazie alla sentenza dello scorso
28 agosto - ricordiamo che si tratta del ricorso
interposto dai promotori del progetto contro la decisione del TA - è un capitolo importantissimo per la tutela
di Gandria: un capitolo che potrebbe (e dovrebbe) condurre alla revisione del suo
piano di quartiere. Il PR di Gandria è, il men che si possa dire, obsoleto (risale
al 1993), dunque del tutto inadeguato a tutelare un sito pittoresco in base al Decreto legislativo sulla protezione delle Bellezze naturali, un paesaggio di importanza nazionale secondo l'Inventario federale dei paesaggi, siti e monumenti naturali e un insediamento svizzero di importanza nazionale secondo l'Inventario federale degli insediamenti da proteggere.
D'altronde, come ribadito da Losanna, l'interesse pubblico è preponderante anche a front del rispetto dei parametri edilizi vigenti. Il tormentone sul progetto immobiliare promosso
dall'ex sindaco Claudio Pacchin - proprietario del terreno sul quale già nel
2008 l'ex sindaco-architetto Giorgio Giudici aveva immaginato un complesso mai
realizzato - ha comunque il merito di avere sancito - se ve ne fosse stata ulteriore
necessità - l'importanza dell'ISOS, l'inventario federale spesso (volutamente)
mal recepito dai promotori immobiliari come pure quella del principio
dell'inserimento ordinato e armonioso nel paesaggio, principio altrettanto
bistrattato, previsto dalla LST. Emblematico
in proposito, quello che già scriveva la STAN nel 2013 nella sua opposizione al
progetto Lo Riso: "Se si
esamina il PR di Lugano/Gandria, ci si avvede che, per quel che concerne il
comparto I-Ci II definito dall’ISOS, il documento comunale si trova in crasso
contrasto con le prescrizioni dell’inventario nazionale che, essendo di diritto
superiore, è prevalente. Il PR di Gandria va dunque modificato per armonizzarlo
con l’ISOS e il PD08".
Rimane ora da aspettare quale
sarà la mossa del municipio di Lugano. In proposito, L'Associazione Viva
Gandria, nata proprio sull'onda del moto di contestazione al progetto Giudici, scrive: "Sono passati nove anni e il governo non ha mai dato risposta, nonostante la Costituzione riconosca ai cittadini il diritto di ottenerla "entro un termine ragionevole". In seguito, nell'ambito di varie procedure, la città di Lugano è stata invitata più volte dalle Commissioni federali e cantonale del paesaggio a modificare il Piano regolatore per il comparto sul quale dovevano sorgere le palazzine: senza esito." E conclude: "Auspichiamo che, almeno questa volta, l'esecutivo comunale dia una celere risposta per farci sapere quali sono i suoi progetti per Gandria".
Lo auspichiamo anche noi.
Ortica
lunedì 27 marzo 2017
Gandria: niente "Borgo degli Ulivi"!
Niente "Borgo degli Ulivi" a Gandria. La decisione
del Tribunale amministrativo -di cui ho appena avuto notizia da fonte sicura- al
ricorso del settembre 2015 dell'architetto Lo Riso pone la parola fine alla
vertenza che si trascina ormai da anni sul controverso progetto. Uno schiaffo per il promotore, l'ex sindaco Luca Pacchin, al
quale appartiene il terreno. Condannato
da più parti, il progetto prevedeva l'edificazione di un complesso di palazzine
in un contesto paesaggistico unico e in un vasto comparto prevalentemente
libero da costruzioni censito
dall'inventario ISOS. La residenza
"Borgo degli ulivi", stando alla sentenza contestata da Lo Riso,
avrebbe costituito un fronte unitario senza scorci, deturpando
irrimediabilmente l'armonia dei luoghi e contravvenendo così al principio
dell'inserimento armonioso nel paesaggio. Contro la decisione, rimane un'ultima
carta da giocare: quella del ricorso al Tribunale federale.
Ortica
venerdì 3 febbraio 2017
La paesologia di Franco Arminio e le ferite inflitte al paesaggio
Recentemente ho letto su "Il nostro Paese" (rivista della STAN) una recensione di "Terracarne" l'ultimo libro di Franco Arminio, figura irrinunciabile e emblematica del recupero e della valorizzazione dei paesi dimenticati dell'Italia meridionale, soprattutto dopo il devastante terremoto dell'Irpinia. Incuriosita, ho acquistato il libro e l'ho divorato. Una scrittura densa e accorata che ti prende e lascia il segno. Un messaggio che non lascia indifferenti e che lascia il segno: Terracarne" è un libro la cui lettura non può che arricchire, sia per come è scritto, sia per quanto è scritto. Intanto ve ne propongo la recensione pubblicata su "Il nostro Paese". Buona lettura.
Ortica
Franco Arminio è un paesologo. Anzi, è IL paesologo per antonomasia visto che è a lui che si deve l'invenzione di una nuova disciplina, la paesologia. E cos'è la paesologia? Per Arminio, la paesologia nasce quando i paesi stanno finendo; la paesologia è uno sbandamento percettivo: dallo sguardo sul proprio corpo allo sguardo sul corpo del paese e del paesaggio; la paesologia ha capito che i luoghi sono importanti; la paesologia immagina che due sono le cose primarie: il proprio corpo e il mondo esterno, tutto il mondo esterno, dalle foglie alle macchine posteggiate; la paesologia non è una scienza, ma un vento che viene da sotto.
La paesologia è soprattutto frutto dell'Irpinia, una "terra di nuvole e di silenzio" battuta dai venti ancor prima che squarciata dal terremoto: la terra di Franco Arminio, paesologo, scrittore, poeta, regista e camminatore, "annotatore" di stati d'animo e di paesaggi in modo quasi compulsivo, in un alternarsi continuo tra diario, reportage e poesia; ipocondriaco, fustigatore, insofferente all'indifferenza di sguardi e corpi spenti davanti ai segni di un paesaggio martoriato di cui quotidianamente stila mesti referti di morte. Un'autopsia del paesaggio, al quale Franco Arminio presta la sua voce vibrante e accorata, sdegnata e militante, ma anche afflitta e - a volte - rassegnata.
E in questo processo di totale identificazione con le sofferenze inflitte al paesaggio, il paesologo si fa lui stesso terra, "una terra di mezzo" perché - nel suo vagabondare per i paesi, nel suo attraversarli - finisce che "terra e corpo quasi si confondono e il corpo si fa paesaggio e il paesaggio prende corpo". "La paesologia - dice - non è altro che il passare del mio corpo nel paesaggio e il passare del paesaggio nel mio corpo. È una disciplina fondata sulla terra e sulla carne "ma anche una forma di resistenza intima" in quanto è un modo di non arrendersi "all'universale sfiatamento degli esseri e delle cose". Poiché Arminio è uno che "dalla carne soffre per la sua terra e dalla terra soffre per la sua terra".
Non stupisce dunque che abbia scelto "Terracarne" quale titolo del suo ultimo libro. Libro che dà conto del suo peregrinare per i paesi del Sud Italia alla ricerca di una cultura dell'abitare ormai affossata da un dilagante "discount dell'architettura" spesso frutto -accusa- della cabina elettorale. n vagabondaggio tra le pieghe più remote e nascoste di un territorio duro, a volte ostile, la cui ostilità verso la matita che ha ridisegnato in peggio la geografia dei luoghi ha preservato quelli "attraversati dalla poesia e dalla morte", quelli che assomigliano a "un calzino rotto appeso a un ramo in un giorno di vento". E questo suo sguardo intenerito verso i paesi dismessi e poveri, verso un tetto squarciato, un pavimento sfondato, un muro diroccato o un cane randagio si traduce in un errare quasi ossessivo alla ricerca degli ultimi "nidi di silenzio e di luce". Un'ossessione, la sua, liberatoria poiché alimenta una scrittura umorale, altalenante, come gli slanci e i tonfi del suo sentire.
E in questo suo vagare tra paesi e luoghi non più "figli della storia" - ma di un passato avvertito come una seccatura più che come una ricchezza, di una bulimia edificatrice che ha spazzato via l'alleanza di un tempo tra gli uomini e le cose -avverte, cocente, un doppio fallimento: quello della modernità e della civiltà contadina. E sono d'altronde i paesi più marginali, più discosti, i paesi minori, quelli scampati alla ferita e alla lacerazione del troppo pieno, all'"ematoma urbanistico", a fargli dire che "il mondo ha più senso dov'è più vuoto", che il poco che c'è è meglio del troppo che c'è altrove (ove per altrove intende i paesi giganti e le loro palazzine, apoteosi della speculazione edilizia). "Case di città in paese, case di paese in campagna, case di campagna in città, case ovunque" dove "l'altezza delle case è stata raggiunta senza una parallela crescita del livello di civiltà". Come non pensare a Tita Carloni.
In questa costante dicotomia tra vuoto e pieno si dipana il pensiero del filosofo, del poeta e dell'attivista Franco Arminio il quale, imbattendosi in "un paese che mangia aria, che mangia luce, che mangia vento", scopre come il mondo abbia più senso dov'è più vuoto. Perché sono questi luoghi appartati e spesso impervi - lontani dal paesaggio sprecato, imbruttito, "presidiato dagli uomini e dalle cose, "svuotato a furia di riempirlo" - a celare, come un dono prezioso pronto per essere scartato, la possibilità di riannodare con una vita più sobria riscoprendo quell'anima smarrita, intorpidita e accecata dall'invasione delle merci. "Quello che conta - scrive nel suo blog "Comunità provvisorie" - è sentire che la modernità è una baracca da smontare. Una volta che la baracca è smontata, piano piano impareremo a guardare la terra ce c'è sotto per costruire in ogni luogo non altre baracche, ma case senza muri e senza tetto, costruire non la crescita, non lo sviluppo, costruire il senso di stare da qualche parte nel tempo che passa, un senso intimamente politico e poetico, un senso che fa viaggiare più lietamente verso la morte".
Forse per questo, la sua definizione di paesologia è quella di "scienza arresa": poiché privilegia il minimo, il minore, il residuo e lo sgraziato, i "paesi della bandiera bianca", quelli dove "il rullo del consumare e del produrre ha trovato qualche sasso che non si lascia sbriciolare". Dove ogni fessura, ogni crepa, ogni muro segnato dal tempo raccontano l'esistenza di un legame forte tra la terra e chi la abita: o, per usare le sue parole, parlano di gente che appartiene al luogo come un albero appartiene alla terra, narrano di "un'Italia rimasta viva per sbaglio per le amnesie della politica, per i mancamenti del progresso". E allora non meravigliamoci se per Arminio il suo andar per paesi è - come annota - allenarsi a guardare il mondo che sta arrivando. Perché il futuro "appartiene a chi crede alla terra e alla sua sacralità". Poiché, per quanto paradossale possa apparire, "il futuro non è partorito dalle avanguardie ma dalle retrovie".
Ortica
Franco Arminio è un paesologo. Anzi, è IL paesologo per antonomasia visto che è a lui che si deve l'invenzione di una nuova disciplina, la paesologia. E cos'è la paesologia? Per Arminio, la paesologia nasce quando i paesi stanno finendo; la paesologia è uno sbandamento percettivo: dallo sguardo sul proprio corpo allo sguardo sul corpo del paese e del paesaggio; la paesologia ha capito che i luoghi sono importanti; la paesologia immagina che due sono le cose primarie: il proprio corpo e il mondo esterno, tutto il mondo esterno, dalle foglie alle macchine posteggiate; la paesologia non è una scienza, ma un vento che viene da sotto.
La paesologia è soprattutto frutto dell'Irpinia, una "terra di nuvole e di silenzio" battuta dai venti ancor prima che squarciata dal terremoto: la terra di Franco Arminio, paesologo, scrittore, poeta, regista e camminatore, "annotatore" di stati d'animo e di paesaggi in modo quasi compulsivo, in un alternarsi continuo tra diario, reportage e poesia; ipocondriaco, fustigatore, insofferente all'indifferenza di sguardi e corpi spenti davanti ai segni di un paesaggio martoriato di cui quotidianamente stila mesti referti di morte. Un'autopsia del paesaggio, al quale Franco Arminio presta la sua voce vibrante e accorata, sdegnata e militante, ma anche afflitta e - a volte - rassegnata.
E in questo processo di totale identificazione con le sofferenze inflitte al paesaggio, il paesologo si fa lui stesso terra, "una terra di mezzo" perché - nel suo vagabondare per i paesi, nel suo attraversarli - finisce che "terra e corpo quasi si confondono e il corpo si fa paesaggio e il paesaggio prende corpo". "La paesologia - dice - non è altro che il passare del mio corpo nel paesaggio e il passare del paesaggio nel mio corpo. È una disciplina fondata sulla terra e sulla carne "ma anche una forma di resistenza intima" in quanto è un modo di non arrendersi "all'universale sfiatamento degli esseri e delle cose". Poiché Arminio è uno che "dalla carne soffre per la sua terra e dalla terra soffre per la sua terra".
Non stupisce dunque che abbia scelto "Terracarne" quale titolo del suo ultimo libro. Libro che dà conto del suo peregrinare per i paesi del Sud Italia alla ricerca di una cultura dell'abitare ormai affossata da un dilagante "discount dell'architettura" spesso frutto -accusa- della cabina elettorale. n vagabondaggio tra le pieghe più remote e nascoste di un territorio duro, a volte ostile, la cui ostilità verso la matita che ha ridisegnato in peggio la geografia dei luoghi ha preservato quelli "attraversati dalla poesia e dalla morte", quelli che assomigliano a "un calzino rotto appeso a un ramo in un giorno di vento". E questo suo sguardo intenerito verso i paesi dismessi e poveri, verso un tetto squarciato, un pavimento sfondato, un muro diroccato o un cane randagio si traduce in un errare quasi ossessivo alla ricerca degli ultimi "nidi di silenzio e di luce". Un'ossessione, la sua, liberatoria poiché alimenta una scrittura umorale, altalenante, come gli slanci e i tonfi del suo sentire.
E in questo suo vagare tra paesi e luoghi non più "figli della storia" - ma di un passato avvertito come una seccatura più che come una ricchezza, di una bulimia edificatrice che ha spazzato via l'alleanza di un tempo tra gli uomini e le cose -avverte, cocente, un doppio fallimento: quello della modernità e della civiltà contadina. E sono d'altronde i paesi più marginali, più discosti, i paesi minori, quelli scampati alla ferita e alla lacerazione del troppo pieno, all'"ematoma urbanistico", a fargli dire che "il mondo ha più senso dov'è più vuoto", che il poco che c'è è meglio del troppo che c'è altrove (ove per altrove intende i paesi giganti e le loro palazzine, apoteosi della speculazione edilizia). "Case di città in paese, case di paese in campagna, case di campagna in città, case ovunque" dove "l'altezza delle case è stata raggiunta senza una parallela crescita del livello di civiltà". Come non pensare a Tita Carloni.
In questa costante dicotomia tra vuoto e pieno si dipana il pensiero del filosofo, del poeta e dell'attivista Franco Arminio il quale, imbattendosi in "un paese che mangia aria, che mangia luce, che mangia vento", scopre come il mondo abbia più senso dov'è più vuoto. Perché sono questi luoghi appartati e spesso impervi - lontani dal paesaggio sprecato, imbruttito, "presidiato dagli uomini e dalle cose, "svuotato a furia di riempirlo" - a celare, come un dono prezioso pronto per essere scartato, la possibilità di riannodare con una vita più sobria riscoprendo quell'anima smarrita, intorpidita e accecata dall'invasione delle merci. "Quello che conta - scrive nel suo blog "Comunità provvisorie" - è sentire che la modernità è una baracca da smontare. Una volta che la baracca è smontata, piano piano impareremo a guardare la terra ce c'è sotto per costruire in ogni luogo non altre baracche, ma case senza muri e senza tetto, costruire non la crescita, non lo sviluppo, costruire il senso di stare da qualche parte nel tempo che passa, un senso intimamente politico e poetico, un senso che fa viaggiare più lietamente verso la morte".
Forse per questo, la sua definizione di paesologia è quella di "scienza arresa": poiché privilegia il minimo, il minore, il residuo e lo sgraziato, i "paesi della bandiera bianca", quelli dove "il rullo del consumare e del produrre ha trovato qualche sasso che non si lascia sbriciolare". Dove ogni fessura, ogni crepa, ogni muro segnato dal tempo raccontano l'esistenza di un legame forte tra la terra e chi la abita: o, per usare le sue parole, parlano di gente che appartiene al luogo come un albero appartiene alla terra, narrano di "un'Italia rimasta viva per sbaglio per le amnesie della politica, per i mancamenti del progresso". E allora non meravigliamoci se per Arminio il suo andar per paesi è - come annota - allenarsi a guardare il mondo che sta arrivando. Perché il futuro "appartiene a chi crede alla terra e alla sua sacralità". Poiché, per quanto paradossale possa apparire, "il futuro non è partorito dalle avanguardie ma dalle retrovie".
Quartiere San Giovanni protetto: Bellinzona capitale morale della tutela del patrimonio
Una
decisione storica. Per chi si batte per la
salvaguardia del patrimonio, la tutela cantonale del quartiere San Giovanni di
Bellinzona apre una nuova pagina tutta da scrivere. La decisione - una prima
ticinese- fa ben sperare a fronte della febbre che l'apertura di Alptransit non
ha mancato di suscitare tra i promotori immobiliari. Dopo lo scempio perpetrato
ai danni del territorio del Sottoceneri, Bellinzona non poteva permettersi di compromettere
in modo irriversibile un tessuto urbano sviluppatosi armoniosamente nel tempo.
Ed è proprio
il quartiere di San Giovanni, costruito 120 anni fa sotto la stazione che - complice
lo sfruttamento degli indici rimasto sinora inferiore a quanto consentito dal
PR- sarebbe stato esposto maggiormente al rischio di essere stravolto completamente
dall'appetito delle ruspe.
È l'insieme
armonico del quartiere e la qualità architettonica dei suoi edifici ad avere spinto
il Dipartimento del territorio a procedere alla sua tutela ai sensi della LBC
mediante la modifica dell'estensione del perimetro di rispetto attualmente in
vigore. Un passo che non sarebbe stato possibile senza la volontà politica del
comune. A fronte dei rischi corsi dai beni potenzialmente degni di essere
protetti, nel 2013 aveva deciso di correre ai ripari adottando - in attesa del
nuovo PR - una zona di pianificazione
provvisoria che di fatto aveva congelato gli edifici all'interno del suo perimetro.
La
decisione ha consentito di procedere all'esame preliminare dei beni passibili
di tutela: e quanto scaturito, oltre la tutela del quartiere
San Giovanni e quella di 15 nuovi oggetti di importanza cantonale, è la
protezione di ben 177 beni di importanza locale. Che sommati ai 66 che già
beneficiano di protezione nell'ambito del Piano particolareggiato del centro
storico, li portano alla ragguardevole cifra di 243.
Il 2013,
quindi, un anno di svolta. Ripensando alla demolizione del Villino Salvioni
- sfortunatamente allora non figurava tra i beni tutelati dalla città- a quella dell'ex istituto
Soave, alla distruzione - sventata- di villa Carmine, o ancora alla petizione
lanciata dalla STAN a difesa delle ville storiche (senza contare gli interventi in consiglio comunale a difesa del
patrimonio storico-architettonico della città), non si può non ricordare quanto
scriveva una lettera aperta indirizzata quello stesso anno al sindaco Mario
Branda: "Non è troppo per proteggere
insieme unitari valorizzando un'eredità che la Turrita ha saputo conservare
praticamente intatta".
Ebbene, nel
giro di neanche un quadriennio, Bellinzona ha saputo sfoderare la volontà
politica necessaria a salvaguardare quelle pregevoli testimonianze
architettoniche che altrove -leggasi Lugano- una politica miope e affarista ha invece
dato in pasto alle ruspe.
Ortica
sabato 12 novembre 2016
Roberto Buffi l'ingegnere forestale che si occupa anche del benessere interiore
I contributi di valore non sono necessariamente legati
all'attualità. Anzi, spesso con il tempo acquistano ulteriore pregnanza. Questo
il motivo per cui pubblico integralmente un articolo apparso sul CdT del 5
dicembre 2015 a margine della giornata di riflessione sulla salvaguardia dei
suoli. L'articolo, a firma
dell'ingegnere forestale Roberto Buffi, contiene spunti degni di riflessione
(il grassetto è mio).
Ricordiamo che Roberto Buffi è uno dei protagonisti di
"Boschi e missionari" documentario di Bruno Bergomi diffuso dalla RSI
nel 2013 ma sempre valido.L'ingegnere è inoltre il curatore di Silvaforum,
blog ricco di spunti per chi volesse approfondire l'argomento della cura e
della protezione delle foreste anche per il benessere interiore. Grazie alla
sua formazione di ricercatore al Forschungs- und Ausbildungszentrum für
Tiefenpsychologie nach C. G. Jung und Marie-Louise von Franz di Zurigo, formazione che completa il suo lavoro di ingegnere forestale, Buffi propone un approccio atipico al territorio centrato sulla rivalorizzazione del
rapporto uomo-natura alla luce delle nostre esigenze interiori:
"Vediamo quanto spesso progetti di gestione del
territorio incontrano ostacoli dovuti a fattori irrazionali. Spesso sono
riconducibili a un'insufficiente considerazione del mondo interiore, e alla
mancata riflessione sul senso di quanto intendiamo fare. L'esperienza dimostra
che nei nostri progetti è necessario investire nell'individuo, non soltanto
nelle infrastrutture. Avanzano se hanno cultura."
Ma ecco l'articolo del 5 dicembre 2015. Buona lettura.
Ortica
Il suolo è con l’acqua e l’aria il fondamento
della vita sulla terra. È una realtà complessa, in assoluto l’habitat con la
più alta biodiversità. Il numero di specie che vivono in pochi grammi di terra
è strabiliante, va nelle migliaia, piccoli e piccolissimi organismi dai quali
dipende quanto cresce in superficie. Centrali nei cicli dell’acqua e della
materia, i suoli si formano in tempi lunghissimi. Sono il substrato su (in) cui
crescono le piante, pertanto la base della produzione di biomassa. Fissano
grandi quantità di CO2 , importanti in rapporto ai cambiamenti climatici.
I
suoli hanno valore immateriale; le loro imperscrutabili
oscurità sono caricate simbolicamente. In una prospettiva umana sono una
risorsa non rinnovabile. Globalmente sono molto minacciati; l’uso dei suoli per
l’edificazione avanza con ritmi crescenti, e l’erosione assume enormi
dimensioni. Si osserva una progressiva alterazione delle loro proprietà
fisiche, chimiche e biologiche, a seguito di errate pratiche agricole. Nell’UE
annualmente vanno persi 1'000 km2 di suoli.
A questa situazione da allarme
rosso la politica in sostanza non ha saputo far fronte. Nella società il suolo,
rispetto all’acqua, all’aria e alla biodiversità, ha ricevuto e tuttora riceve
minore attenzione. Un segnale positivo arriva dalle Nazioni Unite, con la
proclamazione dell’Anno internazionale dei suoli 2015. Sabato 5 dicembre è la
giornata internazionale dei suoli. Obiettivo è una maggiore coscienza
dell’importanza vitale del suolo per l’umanità.
In Svizzera le problematiche attorno ai suoli sostanzialmente non
cambiano, pur con accenti diversi. Fattore aggravante è l’intensa attività
edificatoria. Il forte incremento
demografico e uno standard materiale di vita “elevato” causano un insostenibile
consumo della risorsa suolo, a ritmi sovra proporzionali rispetto
all’incremento della popolazione. Distruggiamo circa 1 m2 di suolo agricolo il
secondo. Annualmente l’edilizia occupa un’area corrispondente a quella del
Lago di Zugo. Nel Cantone Ticino le cose stanno anche peggio; negli ultimi 25 anni sono stati edificati
oltre 28 km2 di terreno. Per quanto riguarda il deterioramento dei suoli
dovuto agli inquinanti la situazione si presenta in chiaro scuro. Per il Sud
delle Alpi si hanno alcuni dati sparsi; si è a conoscenza di situazioni
preoccupanti. Ad esempio gli apporti di azoto dovuti all’inquinamento
atmosferico superano largamente i valori critici. La crisi dei suoli non è dovuta a insufficienti mezzi giuridici di
tutela. I problemi risiedono nell’applicazione.
La Legge federale sulla
pianificazione del territorio chiede uno sviluppo armonioso del Paese. I
Cantoni devono “proteggere le basi naturali, come il suolo, l’aria, l’acqua, il
bosco e il paesaggio”. L’Ordinanza contro il deterioramento del suolo mira a
“conservare a lungo termine la fertilità del suolo”. Nel Cantone Ticino la
Legge cantonale sullo sviluppo territoriale vuole “un uso misurato del suolo”.
Il Piano direttore cantonale sostiene esplicitamente un uso parsimonioso del territorio,
attraverso il contenimento degli insediamenti. Decisiva è ovviamente
l’applicazione di questi e altri disposti da parte dei Comuni nel quadro dei
Piani regolatori; devono prestare attenzione ai suoli. Ulteriori stringenti
disposizioni a favore del suolo si trovano nella Legge federale sulla
protezione dell’ambiente. Ovviamente la tutela del suolo dipende dalla
preparazione degli attori, cittadini, funzionari e autorità comunali, cantonali
e federali. Quanto si costata è che nei fatti e nei territori la protezione del
suolo non è arrivata, o troppo debolmente. Dalla norma al fatto scattano tanti
freni legati a interessi immediati.
Di
fronte alla realtà del territorio non si può non avere l’impressione che nella
gestione del territorio il suolo sia stato il parente povero della tutela
ambientale. Ora, a seguito della revisione della Legge federale sulla
pianificazione del territorio i Cantoni a breve devono ridimensionare le aree
edificabili, adattandole al fabbisogno su un arco di 15 anni. È un passo.
L’esercizio si presta comunque a numerose interpretazioni, ed è facile
prevedere che il suolo, nella contrapposizione dei vari interessi, rischia
nuovamente di ritrovarsi poco difeso. Infatti c’è poca consapevolezza. Quanto
urge, è una vera, piena e sentita coscienza dei suoli, che vada oltre questo
fatto tecnico dei 15 anni. C’è poca informazione. In Ticino l’eco dell’Anno
internazionale dei suoli è stato molto scarso. Meritano di essere ricordate le
iniziative della Confederazione, quali la pubblicazione del bel fascicolo
“Meraviglie del suolo” edito dal Programma nazionale di ricerca “Risorsa
suolo”, e l’allestimento del portale www.suoli2015.ch. La criticità dei suoli
ha ovviamente un significato simbolico. È l’espressione di una cultura, la
nostra, che non ha i piedi per terra.
giovedì 4 agosto 2016
La petizione su Avaaz per la Casa Rossa di Hesse finisce sul Corriere della Sera
"La Casa rossa non verrà toccata":
lascia quanto meno perplessi la reazione della sindaca di Collina d'oro al
lancio della petizione per salvare la Casa Rossa e il suo parco dal controverso
progetto immobiliare targato Pavesi. Verrebbe da dire, come recita il
proverbio, che non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire. Mai si è parlato
di un'eventuale demolizione della Casa dove Hesse visse per oltre 30 anni fino
alla sua morte. Nella sua strenua opposizione a suon di ricorsi, la STAN - che ha
sin dall'inizio osteggiato l'edificazione della parte sottostante del parco- ha
sempre messo in evidenza la valenza di testimonianza storico-culturale del
luogo dove visse il premio Nobel.
La casa e il suo parco sono un
unicum, non vanno disgiunte l'una dall'altro:
edificare parte del parco significherebbe violare lo spirito di quei
luoghi, meta di tanti estimatori dell'opera letteraria di Hesse. Eppure, il
municipio non sembra tenere conto della mobilitazione creatasi sin dalla prima
domanda di costruzione a difesa di questo importante luogo della memoria: nè le
3000 firme raccolte nel 2012, né le
proteste, le interrogazioni e gli appelli lanciati da più parti, né la creazione
di un comitato internazionale per la creazione di un Parco Hermann Hesse, né la
recente petizione promossa su Avaaz e tuttora in corso.
Lanciata lo scorso 6 luglio dal
vicepresidente STAN Benedetto
Antonini, la petizione ha sinora raggiunto quota 1270 firme. A riprova che il
destino della Casa rossa e del suo parco stanno a cuore a molti. Ma trincerandosi
con pervicacia dietro la conformità del progetto e l'impossibilità, per il
comune, di finanziare l'acquisto del parco, il municipio non sembra tenere
conto di nulla di tutto ciò, limitandosi
a ripetere che il progetto è conforme alla legge e che la Casa Rossa non verrà
abbattuta. Intanto, però, della vicenda si è interessato anche il Corriere della sera che il 2 agosto, nella sua versione online, le ha dato ampio spazio tanto da precisare che la stessa petizione su Avaaz sarà lanciata anche in tedesco, francese e inglese. Fino
a quando il Municipio di Collina d'oro si ostinerà a fare orecchio da mercante?
Ortica
giovedì 7 luglio 2016
Parco di Hermann Hesse, si passa ai supplementari: petizione su Avaaz
Dopo che lo scorso giugno il municipio di Collina d'oro ha accordato la
licenza edilizia alla variante di domanda di costruzione inoltrata nel 2015 per l'edificazione nel parco della casa di Hermann
Hesse, domanda che si trascina da anni
tra ricorsi e controricorsi, oggetto di petizioni e appelli, ecco che si passa
ai supplementari. Benedetto Antonini, vicepresidente della Stan - da sempre
avversa all'idea di una edificazione all'interno del parco - ha lanciato una
petizione in rete niente che po' po' di
meno su Avaaz, "il movimento
globale - come si legge sul suo sito- che porta e fa valere la voce dei
cittadini dentro le stanze della politica". La comunità conta quasi 44 milioni di membri
in tutto il mondo e si è distinta in
campagne che sono riuscite a cambiare il corso della storia, come la più grande
mobilitazione per il clima del 21 settembre 2014. La petizione chiede al Consiglio di stato e
al Consiglio federale di salvare la casa
e il parco dove visse per 30 anni Hermann Hesse.
Ortica
Clicca qui per saperne di più e per firmare:
https://secure.avaaz.org/it/petition/al_Consiglio_di_Stato_del_cantone_Ticino_e_al_Governo_della_Confederazione_Salvate_la_Casa_e_il_parco_dove_visse_per_30_/?launch
venerdì 15 aprile 2016
Agri coltura e urbis cultura
Pubblico integralmente l'interessante contributo di Giancarlo Consonni "Agri coltura e urbis coltura: una cura comune per una crisi comune" avvenuto a margine di un incontro tenutosi a Milano lo scorso 27 gennaio su "Studiare il futuro già accaduto". Le sottolineature sono mie.
Buona lettura
Ortica
Quanto della trasformazione del mondo è frutto di un progetto consapevole e condiviso e quanto invece avviene nell’indifferenza o con la latitanza della politica? Politica ovviamente intesa nel senso più alto del termine, implicante il nostro essere parte di una società attenta alla direzione in cui si muove e in grado di apportare i correttivi per assicurare la migliore convivenza e il massimo grado possibile di benessere e felicità per il maggior numero di persone. Ci sono processi travolgenti che sembrano generarsi per meccanismi spontanei rispetto ai quali chi ha responsabilità di governo nella moderna democrazia si dimostra disattento o impotente, o, più spesso, connivente.
Si pensi all’agricoltura e agli insediamenti umani. Per tutta una fase iniziale dello sviluppo capitalistico - fase che, con riferimento alla Lombardia e alla Valle Padana, potremmo chiamare cattaneana, dal nome del suo massimo interprete -, le campagne hanno potuto essere descritte come un «edificio idraulico» e un «immenso deposito di fatiche» e le città essere celebrate come il contesto del manifestarsi della «magnificenza civile» (le definizioni sono, appunto, di Carlo Cattaneo).
Seppure in quella fase abbia avuto luogo una dilapidazione
del patrimonio boschivo usato soprattutto come fonte energetica nelle prime
lavorazioni della seta - e senza mai dimenticare che alle «fatiche»
corrispondeva un elevato sfruttamento della forza lavoro -, si può dire che l’azione
antropica su città e campagna sia andata di conserva esaltando le virtù sia
della campagna che della città e il loro rapporto sinergico.
Nel configurarsi nell’arco di almeno un millennio di un assetto fisico e relazionale tutto sommato equilibrato, la politica ha avuto un ruolo abbastanza marginale. A guidare l’azione umana sono stati principi non scritti ma così radicati nel sentire comune e nei comportamenti che non avevano nemmeno la necessità di essere ratificati nel corpo legislativo. Ne richiamo due in particolare:
1) il patto fra le generazioni (le esistenti e le future) riguardante il mantenimento della capacità nutritiva della terra;
2) un modello di convivenza civile che, calato nelle forme insediative, ha mosso la storia della città verso una più netta affermazione dell’urbanità, che, a conti fatti, possiamo considerare come il lascito più alto della civilizzazione. Un’azione, questa, ulteriormente sostanziata nella prima metà dell’Ottocento dal rinnovarsi dell’idea operante della città come opera d’arte, che vedeva la nuova classe in ascesa, la borghesia, ricorrere alla bellezza come a un modo per legittimare la propria egemonia (in linea con una lunga tradizione).
Questi principi nel corso nel Novecento sono via via evaporati, con un’impennata negli ultimi decenni, senza che la politica se ne interessasse e mettesse in atto le opportune contromisure.
Un bilancio di medio-lungo periodo ci porta a concludere che, nell’ultimo secolo, agri coltura e urbis coltura hanno conosciuto una crisi parallela. Una crisi che, a dispetto delle apparenze, ha una radice comune nel venir meno del nesso tra l’antropizzazione e il colĕre, ovvero quel complesso di azioni che la lingua latina condensa in questo termine, in particolare l’avere cura e il venerare/onorare (che, ai fini del nostro ragionamento, possiamo laicamente attualizzare in riconoscimento e condivisione di valori comuni e attribuzione di ragioni di senso). Per questo non è fuori luogo parlare di una rottura epocale.
La crisi è chiaramente riscontrabile nei fatti concreti non meno che nel venir meno di una tensione ideale. Pratiche plurisecolari e principi saldissimi sono stati travolti dall’affermarsi di una realtà, insieme economico-sociale e territoriale, che possiamo denominare metropoli contemporanea, un organismo inedito nella storia dell’umanità, come lo è il modo di produzione capitalistico di cui è l’emanazione.
Tutt’uno con la rivoluzione industriale e i suoi sviluppi, la metropoli contemporanea ha avuto il suo motore primo nella messa a frutto delle specifiche economie esterne di città e campagna e soprattutto delle loro differenze, a cominciare dal divario nei costi riproduttivi della forza lavoro. Alla sua marcia trionfale ha concorso non poco la capacità di promuovere il sostentamento di ingenti masse e di consentire processi di emancipazione come mai si era verificato nella storia.
La fase attuale, contrassegnata dal predominio del capitale finanziario, è caratterizzata da un accentuarsi della concorrenza tra le realtà metropolitane conseguente alla globalizzazione in cui, oltre alla capacità dei contesti di attrezzarsi per far fronte alle nuove sfide, conta non poco la risposta ai problemi connessi al modello di sviluppo. Ne richiamo quattro:
- la dilapidazione di larga parte delle campagne ricadenti nella più diretta influenza dell’organismo metropolitano;
- l’abbandono, in molta parte di ciò che rimane del suolo agricolo, della cura volta a rigenerare gli elementi che assicurano la fertilità della terra;
- il dilagare nell’ultimo secolo di un’urbanizzazione estesa, informe, per lo più a bassa densità e a elevata entropia: un quadro ben identificato con il termine inglese sprawl;
- l’azione disgregatrice esercitata sul corpo della città compatta dalla rendita immobiliare e dalla speculazione, a cominciare dall’innesto di corpi estranei a elevata densità.
Questi processi strettamente intrecciati sono tutt’altro che esauriti. Ciò che le metropoli si trovano di fronte è una modalità insediativa e relazionale che presenta notevoli criticità su due fronti interdipendenti: la sostenibilità ecologica e la sostenibilità sociale.
Siamo alla resa dei conti di un modello di formazione e funzionamento degli insediamenti che ha avuto ed ha nella rete di trasporti su gomma il suo supporto. Il vantaggio iniziale offerto da questa modalità insediativa - essenzialmente riconducibile alla riduzione relativa della rendita fondiaria - si è rapidamente rovesciato in svantaggi.
Per cominciare, ne indico un paio:
- la forte dissipazione di risorse non rinnovabili (suolo, energia etc.);
- il gravare sul bilancio pubblico dei costi di realizzazione e di manutenzione delle reti (viabilità e trasporti, servizi primari).
Mentre sul primo punto si registra una crescita di consapevolezza e cenni di mobilitazione civile, l’attenzione, non solo degli addetti ai lavori, ma anche degli intellettuali e dei cittadini sul secondo punto è assai meno stringente. Eppure la crisi fiscale dello Stato e la stessa crisi economica hanno qui una loro radice strutturale e persistente.
Il modello insediativo e di funzionamento della metropoli contemporanea pesa sul bilancio dello Stato (ai vari livelli, a cominciare da quello locale) per via di una notevole sproporzione - e ingiustizia - nel riparto, tra settore pubblico e settore privato, delle spese relative ai cosiddetti processi urbanizzativi. Se per descrivere sommariamente il territorio usiamo l’immagine dell’albero, assimilando la pianta alle reti infrastrutturali pubbliche e i frutti alle costruzioni (per lo più private), possiamo dire che chi gode dei frutti non si assume per intero i costi di impianto e di manutenzione dell’albero. La sproporzione è particolarmente rilevante in Italia dove gli oneri di urbanizzazione - oltre a essere del tutto inadeguati al costo di realizzazione delle opere, per non dire della loro manutenzione - da un quindicennio possono essere sottratti al capitolo di spesa specifico per essere impiegati in altri capitoli, a cominciare dal funzionamento della macchina burocratica[1].
Nel configurarsi nell’arco di almeno un millennio di un assetto fisico e relazionale tutto sommato equilibrato, la politica ha avuto un ruolo abbastanza marginale. A guidare l’azione umana sono stati principi non scritti ma così radicati nel sentire comune e nei comportamenti che non avevano nemmeno la necessità di essere ratificati nel corpo legislativo. Ne richiamo due in particolare:
1) il patto fra le generazioni (le esistenti e le future) riguardante il mantenimento della capacità nutritiva della terra;
2) un modello di convivenza civile che, calato nelle forme insediative, ha mosso la storia della città verso una più netta affermazione dell’urbanità, che, a conti fatti, possiamo considerare come il lascito più alto della civilizzazione. Un’azione, questa, ulteriormente sostanziata nella prima metà dell’Ottocento dal rinnovarsi dell’idea operante della città come opera d’arte, che vedeva la nuova classe in ascesa, la borghesia, ricorrere alla bellezza come a un modo per legittimare la propria egemonia (in linea con una lunga tradizione).
Questi principi nel corso nel Novecento sono via via evaporati, con un’impennata negli ultimi decenni, senza che la politica se ne interessasse e mettesse in atto le opportune contromisure.
Un bilancio di medio-lungo periodo ci porta a concludere che, nell’ultimo secolo, agri coltura e urbis coltura hanno conosciuto una crisi parallela. Una crisi che, a dispetto delle apparenze, ha una radice comune nel venir meno del nesso tra l’antropizzazione e il colĕre, ovvero quel complesso di azioni che la lingua latina condensa in questo termine, in particolare l’avere cura e il venerare/onorare (che, ai fini del nostro ragionamento, possiamo laicamente attualizzare in riconoscimento e condivisione di valori comuni e attribuzione di ragioni di senso). Per questo non è fuori luogo parlare di una rottura epocale.
La crisi è chiaramente riscontrabile nei fatti concreti non meno che nel venir meno di una tensione ideale. Pratiche plurisecolari e principi saldissimi sono stati travolti dall’affermarsi di una realtà, insieme economico-sociale e territoriale, che possiamo denominare metropoli contemporanea, un organismo inedito nella storia dell’umanità, come lo è il modo di produzione capitalistico di cui è l’emanazione.
Tutt’uno con la rivoluzione industriale e i suoi sviluppi, la metropoli contemporanea ha avuto il suo motore primo nella messa a frutto delle specifiche economie esterne di città e campagna e soprattutto delle loro differenze, a cominciare dal divario nei costi riproduttivi della forza lavoro. Alla sua marcia trionfale ha concorso non poco la capacità di promuovere il sostentamento di ingenti masse e di consentire processi di emancipazione come mai si era verificato nella storia.
La fase attuale, contrassegnata dal predominio del capitale finanziario, è caratterizzata da un accentuarsi della concorrenza tra le realtà metropolitane conseguente alla globalizzazione in cui, oltre alla capacità dei contesti di attrezzarsi per far fronte alle nuove sfide, conta non poco la risposta ai problemi connessi al modello di sviluppo. Ne richiamo quattro:
- la dilapidazione di larga parte delle campagne ricadenti nella più diretta influenza dell’organismo metropolitano;
- l’abbandono, in molta parte di ciò che rimane del suolo agricolo, della cura volta a rigenerare gli elementi che assicurano la fertilità della terra;
- il dilagare nell’ultimo secolo di un’urbanizzazione estesa, informe, per lo più a bassa densità e a elevata entropia: un quadro ben identificato con il termine inglese sprawl;
- l’azione disgregatrice esercitata sul corpo della città compatta dalla rendita immobiliare e dalla speculazione, a cominciare dall’innesto di corpi estranei a elevata densità.
Questi processi strettamente intrecciati sono tutt’altro che esauriti. Ciò che le metropoli si trovano di fronte è una modalità insediativa e relazionale che presenta notevoli criticità su due fronti interdipendenti: la sostenibilità ecologica e la sostenibilità sociale.
Siamo alla resa dei conti di un modello di formazione e funzionamento degli insediamenti che ha avuto ed ha nella rete di trasporti su gomma il suo supporto. Il vantaggio iniziale offerto da questa modalità insediativa - essenzialmente riconducibile alla riduzione relativa della rendita fondiaria - si è rapidamente rovesciato in svantaggi.
Per cominciare, ne indico un paio:
- la forte dissipazione di risorse non rinnovabili (suolo, energia etc.);
- il gravare sul bilancio pubblico dei costi di realizzazione e di manutenzione delle reti (viabilità e trasporti, servizi primari).
Mentre sul primo punto si registra una crescita di consapevolezza e cenni di mobilitazione civile, l’attenzione, non solo degli addetti ai lavori, ma anche degli intellettuali e dei cittadini sul secondo punto è assai meno stringente. Eppure la crisi fiscale dello Stato e la stessa crisi economica hanno qui una loro radice strutturale e persistente.
Il modello insediativo e di funzionamento della metropoli contemporanea pesa sul bilancio dello Stato (ai vari livelli, a cominciare da quello locale) per via di una notevole sproporzione - e ingiustizia - nel riparto, tra settore pubblico e settore privato, delle spese relative ai cosiddetti processi urbanizzativi. Se per descrivere sommariamente il territorio usiamo l’immagine dell’albero, assimilando la pianta alle reti infrastrutturali pubbliche e i frutti alle costruzioni (per lo più private), possiamo dire che chi gode dei frutti non si assume per intero i costi di impianto e di manutenzione dell’albero. La sproporzione è particolarmente rilevante in Italia dove gli oneri di urbanizzazione - oltre a essere del tutto inadeguati al costo di realizzazione delle opere, per non dire della loro manutenzione - da un quindicennio possono essere sottratti al capitolo di spesa specifico per essere impiegati in altri capitoli, a cominciare dal funzionamento della macchina burocratica[1].
A ciò si aggiunge la possibilità, concessa per
legge, di monetizzare quanto il privato non può assicurare in termini di
dotazioni obbligate. Si pensi alla legislazione regionale per il recupero dei
sottotetti che consente di trasformare in un tributo la mancata realizzazione della
quota dei parcheggi di pertinenza; o ai vari casi in cui viene consentita la
monetizzazione degli standard urbanistici. In tutto questo si evidenzia la
propensione degli Enti Locali a favorire in tutti i modi il settore delle
costruzioni pur di ottenere introiti per le casse pubbliche sempre più in
sofferenza: poco denaro fresco, a fronte di un ben più rilevante esborso futuro
da parte dell’ente pubblico, con un risultato certo: l’accumularsi esponenziale
di un deficit nel bilancio dello Stato e delle sue articolazioni.
Le conseguenze sono devastanti anche e soprattutto sotto il profilo del governo delle trasformazioni territoriali. La sfera urbanistica, da tempo in sofferenza per lo sguardo corto degli amministratori pubblici, attenti solo ai cinque anni del loro mandato - tacendo dell’acquiescenza diffusa tra i cosiddetti esperti del settore -, è ormai sempre più vista e praticata dai gestori della cosa pubblica come una branca della fiscalità generale. Il che spiega la scarsa attenzione - quando non la rimozione - riservata alle questioni del progetto e dell’effettivo governo del territorio. Il territorio è un patrimonio e un bene comune a cui lo Stato attinge, svendendo il futuro del consorzio umano.
Parlano i fatti: anche il progetto di trasformazioni che hanno una portata rilevante per il destino delle città da decenni è del tutto demandato agli attori privati, ovvero a chi detiene le redini degli investimenti e della speculazione immobiliare (i grandi gruppi finanziari, la cui ‘potenza di fuoco’ è enormemente cresciuta con la globalizzazione). Ma la delega riguarda anche gli interventi di piccolo cabotaggio sul fronte dell’espansione insediativa; un ambito, questo, in cui l’esercito dei piccoli e medi investitori consegue nell’insieme un esito quantitativamente non meno rilevante di quello dei grandi operatori. La capacità della Pubblica amministrazione non solo di indirizzare, ma, più limitatamente, di discernere e di contrattare, è indebolita - quando non annullata - dalla convergenza che si è di fatto instaurata tra investitori immobiliari e amministratori pubblici. Una convergenza prossima alla connivenza che ha come esito un prezzo sociale altissimo, oltre a quello ecologico: la rimozione sia della difesa della città sia dell’attribuzione di qualità urbana e relazionale al nuovo ambiente costruito.
Una delle specificità di questo modello di sviluppo, del tutto assente nel mondo precapitalistico, è la sovrapproduzione. Una pratica ampiamente presente in campo edilizio a cui, oltre che una accentuazione della devastazione ambientale, corrisponde la sottrazione di ingenti risorse finanziarie ad altro tipo di investimenti. Da una recente analisi del Centro studi di Unimpresa, basata su dati della Banca d’Italia, apprendiamo che in Italia a novembre 2015 «Oltre il 30% delle sofferenze delle banche è riconducibile al settore immobiliare»: 64 miliardi di euro su un totale di 201 miliardi di euro di prestiti non esigibili. Ma sulla bolla immobiliare il silenzio dei media rasenta l’omertà. A nessuno dei commentatori interessa addentrarsi in una materia che vede il settore immobiliare trasformato da alcuni decenni in pesante zavorra: in una spugna che assorbe risorse sottraendole a investimenti strategici, ovvero ad attrezzare i nostri contesti metropolitani in modo che non soccombano nella sfida economica globale.
Ma non meno rilevanti sono le conseguenze sul versante della sostenibilità sociale. Le sintetizzo in tre punti:
- l’homo metropolitanus, disperso in quelle che con grande intuito già nel 1893 Émile Veraheren chiamava Les campagnes hallucinées, paga in termini di tempo e denaro ciò che in apparenza risparmia sul versante del tributo alla rendita: l’erosione della risorsa tempo lo impoverisce (se è vero che il tempo disponibile per ciascuno può essere considerato come il vero misuratore della ricchezza[2]);
- la cosiddetta «città diffusa» non ha nulla della città e questo va a discapito delle qualità relazionali, per non dire dell’ingigantirsi della questione della sicurezza. A essere in pericolo è lo stesso processo di incivilimento, se è vero che l’urbanità costituisce il livello più elevato raggiunto dalla convivenza civile tanto nell’urbs (la città fisica) quanto nella civitas (la città degli esseri umani);
Le conseguenze sono devastanti anche e soprattutto sotto il profilo del governo delle trasformazioni territoriali. La sfera urbanistica, da tempo in sofferenza per lo sguardo corto degli amministratori pubblici, attenti solo ai cinque anni del loro mandato - tacendo dell’acquiescenza diffusa tra i cosiddetti esperti del settore -, è ormai sempre più vista e praticata dai gestori della cosa pubblica come una branca della fiscalità generale. Il che spiega la scarsa attenzione - quando non la rimozione - riservata alle questioni del progetto e dell’effettivo governo del territorio. Il territorio è un patrimonio e un bene comune a cui lo Stato attinge, svendendo il futuro del consorzio umano.
Parlano i fatti: anche il progetto di trasformazioni che hanno una portata rilevante per il destino delle città da decenni è del tutto demandato agli attori privati, ovvero a chi detiene le redini degli investimenti e della speculazione immobiliare (i grandi gruppi finanziari, la cui ‘potenza di fuoco’ è enormemente cresciuta con la globalizzazione). Ma la delega riguarda anche gli interventi di piccolo cabotaggio sul fronte dell’espansione insediativa; un ambito, questo, in cui l’esercito dei piccoli e medi investitori consegue nell’insieme un esito quantitativamente non meno rilevante di quello dei grandi operatori. La capacità della Pubblica amministrazione non solo di indirizzare, ma, più limitatamente, di discernere e di contrattare, è indebolita - quando non annullata - dalla convergenza che si è di fatto instaurata tra investitori immobiliari e amministratori pubblici. Una convergenza prossima alla connivenza che ha come esito un prezzo sociale altissimo, oltre a quello ecologico: la rimozione sia della difesa della città sia dell’attribuzione di qualità urbana e relazionale al nuovo ambiente costruito.
Una delle specificità di questo modello di sviluppo, del tutto assente nel mondo precapitalistico, è la sovrapproduzione. Una pratica ampiamente presente in campo edilizio a cui, oltre che una accentuazione della devastazione ambientale, corrisponde la sottrazione di ingenti risorse finanziarie ad altro tipo di investimenti. Da una recente analisi del Centro studi di Unimpresa, basata su dati della Banca d’Italia, apprendiamo che in Italia a novembre 2015 «Oltre il 30% delle sofferenze delle banche è riconducibile al settore immobiliare»: 64 miliardi di euro su un totale di 201 miliardi di euro di prestiti non esigibili. Ma sulla bolla immobiliare il silenzio dei media rasenta l’omertà. A nessuno dei commentatori interessa addentrarsi in una materia che vede il settore immobiliare trasformato da alcuni decenni in pesante zavorra: in una spugna che assorbe risorse sottraendole a investimenti strategici, ovvero ad attrezzare i nostri contesti metropolitani in modo che non soccombano nella sfida economica globale.
Ma non meno rilevanti sono le conseguenze sul versante della sostenibilità sociale. Le sintetizzo in tre punti:
- l’homo metropolitanus, disperso in quelle che con grande intuito già nel 1893 Émile Veraheren chiamava Les campagnes hallucinées, paga in termini di tempo e denaro ciò che in apparenza risparmia sul versante del tributo alla rendita: l’erosione della risorsa tempo lo impoverisce (se è vero che il tempo disponibile per ciascuno può essere considerato come il vero misuratore della ricchezza[2]);
- la cosiddetta «città diffusa» non ha nulla della città e questo va a discapito delle qualità relazionali, per non dire dell’ingigantirsi della questione della sicurezza. A essere in pericolo è lo stesso processo di incivilimento, se è vero che l’urbanità costituisce il livello più elevato raggiunto dalla convivenza civile tanto nell’urbs (la città fisica) quanto nella civitas (la città degli esseri umani);
- l’indebolimento della tensione su cui si regge l’urbanità come habitus diffuso ha tra i suoi indicatori la caduta della bellezza civile. Le forme del nuovo non mentono: le archistar sono costrette a esercizi inventivi i cui esiti stravaganti mal nascondono il vuoto di valori. Un vuoto che, in estrema sintesi, nasce dalla sostituzione del coesistere al convivere (da cui la scarsa o nulla attenzione alle relazioni di prossimità a favore di un’esaltazione enfatica delle relazioni a distanza, complici le nuove tecnologie). Molti degli organismi fuori scala sorti di recente a Milano non sono altro che teche sigillate che riducono l’intorno a deserto relazionale e di senso. Siccome l’essenza dell’architettura sta nella relazione, oltre alla morte dell’urbanistica, assistiamo così a prove di morte dell’architettura.
Questo nostro è tempo di divaricazioni e di contrasti. Proprio quando la globalizzazione economica e l’informatizzazione sembrano unire e fare piccolo il mondo, si accentuano crepe antiche (tra culture, dove le religioni hanno grande peso) e se ne formano di nuove.
Una di queste lacerazioni riguarda il tempo: c’è una parte del reale che conosce mutamenti rapidissimi e una parte che arranca. Si allarga la forbice tra mondo neotecnico e mondo paleotecnico. Ci sono le frontiere dell’innovazione dove la tecnologia, e in parte anche la scienza, sono protagonisti su più fronti - informatizzazione virtuale, comunicazione, automazione, biologia, medicina ecc. - e un mondo che, al confronto, appare quasi fermo, impaniato nel suo assetto. Il neotecnico non rimuove il paleotecnico, se non in minima parte: lascia un esteso residuo, un’eredità della storia che presenta valenze variegate. Così assistiamo al divaricarsi tra il mondo dei flussi, in particolare di quelli immateriali, e la realtà fisica, in particolare quella degli insediamenti. Realtà, quest’ultima, dove il paleotecnico è, in una parte non trascurabile, il risultato di quello che non molto tempo fa - si pensi all’automobile - appariva come neotecnico, capace di rappresentare l’idea stessa di modernità (Le Corbusier, per fare un esempio, pensava che gli insediamenti umani andassero ridisegnati in toto pur di adattarli all’automobile).
In realtà quello che chiamiamo modernità è un succedersi di astrazioni, scollamenti e separazioni: nelle pratiche e nei saperi; tra pratiche e saperi; tra il fare e la responsabilità civile. L’astrazione più potente ed emblematica è la proprietà privata, per la quale ci si dimentica facilmente del vincolo dell’utilità sociale sancito, per restare in Italia, nella Costituzione repubblicana.
Se l’aria delle città rendeva liberi, l’aria della metropoli sembra aver liberato l’individuo sia dal vicinato, dalla sua tirannia ma anche dai suoi vantaggi, sia dalla cura del contesto stessa della vita. Così, mentre una parte sempre più consistente di popolazione è attratta nella sfera delle metropoli e delle megalopoli, l’immane opera costruttiva che vi corrisponde non è iscrivibile sotto il segno della città (che Claude Lévi-Strauss, in Tristi tropici, ha definito la «cosa umana per eccellenza»[3]). E questo a dispetto dell’abuso del termine città (un mascheramento che, al pari della devastazione, non conosce l’eguale nella storia).
Oggi anche nel pensiero che si interroga sulle strategie possibili, e dunque in quel che resiste nel pensiero politico per eccellenza, pesa una dicotomia fra istanze ecologiche e istanze civili. È più facile trovare convergenze sulle prime che sulle seconde ed è raro vederle poste insieme. Ma la dilapidazione delle risorse non rinnovabili e il dilagare di modalità insediative non urbane hanno una matrice comune. E la soluzione non può che essere cercata in una nuova alleanza che sappia tenere unite istanze ecologico-ambientali e valori civili.
giovedì 17 marzo 2016
La Cina dice no al cemento e alla perdita della sua identità architettonica
Pubblico integralmente un contributo apparso su "La Repubblica" del 26
febbraio dedicato alla retromarcia in atto da parte del governo cinese per
preservare quel poco che rimane dell'antico patrimonio architettonico messo
sotto pressione dall'avanzata del cemento. Un contributo che si inserisce nella
riflessione in corso anche da noi sulla perdita identitaria, culturale e
architettonica delle città, vittime della speculazione immobiliare. L'articolo,
a firma Giampaolo Visetti (le sottolineature sono mie), è completato da
un'intervista di Francesco Erbani a Vittorio Gregotti.
Buona lettura
Ortica
Il libretto rosso delle città, di Giampaolo Visetti
"La Cina non vuole perdere il poco che resta del proprio antico
aspetto e impone lo stop all'architettura e all'urbanistica straniera. Basta
grattacieli in vetro e acciaio, shopping centre che copiano Venezia e Parigi,
metropoli stile Las Vegas, o palazzoni a forma di astronave. Contro la
globalizzazione del cemento capitalista, più devastante della Rivoluzione
culturale maoista, nel futuro della
superpotenza dell'Asia c'è il ritorno al profilo del passato imperiale. Un
documento del comitato centrale del partito-Stato intima a funzionari e
progettisti "di abbandonare le soluzioni eccentriche per attenersi alle
caratteristiche storiche locali".
Il presidente Xi Jinping, chiudendo i lavori della commissione
urbanistica nazionale, non ha usato giri di parole: "Chi disegna edifici e
quartieri -ha detto- la smetta di inseguire la popolarità con opere volgari che
scimmiottano le stravaganze occidentali". La "guerra agli architetti
stranieri" prevede che le nuove costruzioni siano "adeguate,
tradizionali e piacevoli" e abbandonino "esotismi, esagerazioni e
stranezze prive di identità". Per il leader di Pechino la
trasformazione cinese degli ultimi anni "riflette una mancanza di fiducia
culturale, atteggiamemnti di dirigenti e architetti che confliggono con gli
obiettivi politici".
Per trovare il precedente di un simile editto, si deve risalire al
1978. Mao Zedong era morto da due anni, templi e pagode cinesi erano stati rasi
al suolo dalle guardie rosse, 88 cinesi su 100 erano contadini e vivevano di
sussitenza in villaggi medievali. La commissione urbanistica del partito
comunista, pronta all'ascesa di Deng Xiaoping e al suo "contrordine compagni
arricchirsi è glorioso", varò la prima urbanizzazione forzata del Paese.
Oggi il 53 per cento dei cinesi vive nelle megalopoli industriali, la nazione
vanta il maggior numero di miliardari e la più numerosa classe media del
pianeta. ma lo sfacelo non è occultabile nemmeno dalla censura.
Città e strade tutte uguali, traffico paralizzato, aria tossica,
famiglie distrutte e una società implosa per solitudine e sradicamento. È il
prezzo della crescita economica, ma con la grande frenata la Cina non vuole
pagarlo più. Sotto accusa finisce così lo "squallido e banale skyline
d'importazione".
Il vero obiettivo del "nuovo Mao" è però impedire "il
contagio del virus occidentale": assieme ai grattacieli "pensati per
l'Amerca e rivenduti al Giappone" cerca infatti di "insinuare nel
nostro popolo pure la democrazia". "per la Cina è un pericolo mortale
- ha detto Xi Jinpéing - che tenta di demolire l'aspetto di una civiltà per
distruggerne anche i valori". Rispetto alla furia devastatrice del
Grande Timoniere e alla sspeculazione selvaggia proseguita anche con Hu Jintao,
si annuncia davvero un'altra rivoluzione: una Cina impegnata a ricostruire
se stessa per scongiurare il rischio di non essere più nulla, colonizzata sia
dai palazzoni prefabbricati che dai modelli di vita globalizzati. Il
leader cinese punta il dito contro chi disegna edifici e metropoli, ma parla a
chi, assieme agli standard dell'edilizia internazionale, assorbe "i
cosiddetti valori universali e la retorica dei diritti umani".
Il timore è che "una civilità millenaria fisicamente
occidentalizzata in due decenni, si scopra ricolonizzata anche nella mente e
nello spirito". Liu Shilin, capo dell'Istituto di scienze urbane
dell'università Jiao Tong si Shangai, ha promesso che entro poche settimane le
autorità renderanno noi i criteri per definire chiaramente cosa sia la bandita
"architettura strana". Nessuno osa dirlo, ma nella cilla
dell'imitazione l'imbarazzo è generale. Xi Jinping ha appena visitato la sede
della tivù di Stato, nota a Pechino come "il grande pantalone". Oggi
a Shangai il G20 economico si riunisce nei grattacieli di Pudong, icona della
"bizzaria delle archistar occidentali": uno è chiamato
"cavatappi", uno "missile", l'ultimo "anguilla".
Poco distante sta per essere inaugurato "Chinadisney", il più grande
parco divertimenti del mondo, fotocopia dell'originale americano.
Nella capitale gli antichi hutong sono stati rasi al suolo per fare
posto a strade e centri commerciali. Nelle province rurali le millenarie siheyuan vengono demolite dagli
speculatori che vendono palazzine a blocchi progettate in Svezia. Ai piedi
della Grande Muraglia, paloscenico privo di neve delle Olimpiadi invernali 2022
già sorgono villaggi turistici clonati in Austria e Svizzera, con birrerie
germaniche e pub inglesi. L'originalità dell'estetica cinese, dalle pagode ai
templi buddisti, dalle sale da tè alle risaie terrazzate, si è autoestinta nel
tempo, ma l'accusa di Xi Jinping oggi
non liquida un "passato imperiale o borghese", bensì il
"presente straniero imposto dall'esterno". Per la prima volta la
distruzione dei luoghi storici e dello stile nazionale non è promossa
internamente dal potere che succede al potere, ma "dall'attrazione
irrestitibile per il gusto, la tecnica e il business dell'Occidente che
cancella l'Oriente".
Per Xi Jinping tutelare "l'identità cinese" è un'operazione
di propaganda nazionalista e patriottica precondizione per salvare l'egemonia
dell'autoritarismo comunista. Per chi ama la cultura, l'arte e il paesaggio è
invece una questione di rinascita civile.
"Chiedo alle autorità - ha detto Wang Shu, vincitore del Protzker
Prize per l'architettura - di salvare la Cina da una cementificazione e da
una speculazione di Stato che portano all'autocancellazione del Paese e del suo
Popolo". Per il creatore dello straordinario museo di storia di Ningbo
"una globalizzazione architettonica al ribasso spoglia il Paese del suo
carattere e l'intera umanità di un patrimomnio estetico irripetibile". Il paradosso è che il Governo attacca i
progettisti, minacciando di "rimuovere le strutture eccentriche entro
cinque anni", mentre questi accusano "lo Stato corrotto che promuove
per primo lo svuotamento della propria civiltà".
Due anni fa l'orgoglio della nomenclatura rossa era il New Century
Global Centre di Chengdu, 50mila metri quadri di cemento, stile Manhattan,
esaltato come "l'edificio più grande del mondo dove si può vivere dal
giorno della nascita a quello della morte". Ora Pechino fa marcia
indietro, promette di tutelare ciò che è stato risparmiato dalle ruspe, chiude
le porte all'Occidente e ripropone il "modello Cina".
Per i cinesi sperare in città meno squallide e crudeli è una buona
notizia. Quella cattiva è che il bando alle "sovversioni occidentali"
non riguarda solo gli edifici, ma prima di tutto le idee: la prima è il sogno,
in una strada qualsiasi, di sentirsi liberi.
DI SEGUITO L'INTERVISTA DI FRANCESCO ERBANI A VITTORIO GREGOTTI
La prima volta che Vittorio Gregotti andò in Cina era il 1963. Il
potere era nelle mani di Mao Zedong e Zhou Enlai. Il marxismo era radicato nel
mondo contadino e dominava una cultura antiurbana. Un bianchissimo stile
sovietico improntava gli edifici pubblici. Quando ci è tornato, quarant'anni
dopo, per progettare Pujiang, un insediamento da 80mila abitanti, la Cina era
diventata la prateria per città da 15 milioni e più residenti, in cui
scorazzavano architetti dalle bizzarre e magniloquenti fantasie. Ora si
vorrebbe tornare indietro, a forme architettoniche più in linea con la
tradizione e città medio-piccole.
Architetto Gregotti, che ne pensa
di questo richiamo al passato?
"Le megalopoli cinesi non sono come quelle africane o
sudamericane, dove si accalcano baracche su baracche. Ma è evidente che queste
città di spropositate dimensioni sono agglomerati di periferia. E sono fuori
controllo. Manifestano sofferenze insormontabili: il trasporto, gli equilibri
ambientali. Avendo la possibilità di pianificare, si tratta di un proposito
ragionevole. Non so quanto sia attuabile in concreto".
Ma si può immaginare un recupero
di modelli più cinesi?
"Qui il discorso diventa complesso. Le tradizioni cinesi sono
tante. La storia dell'urbanistica e dell'architwettura cinese è vasta e piena
di influenze. A che cosa ci si riferisce? Agli hutong, i recinti ce
racchiudevano più abitazioni singole e che per secoli hanno costituito la
struttura primaria dell'organismo urbano? La verità è che anche in Cina non si
sopportano più le forme spinte della globalizzazione che ha prodotto un
linguaggio universale."
E' arrivata al capolinea la
stagione dell'architettura spettacolo?
"Sì, con l'aggravante che in Cina si è realizzata un'architettura
funzionale al più spinto capitalismo finanziario".
Ma la Cina è un paese comunista.
Gli architetti non si sono messi al servizio del regime?
"No. Buona parte di quegli architetti si sono impegnati in un
ritratto edificante della globalizzazione. E hanno scelto forme mutevoli che
rispecchiassero la duttilità del mercato e l'apologia del consumo".
In Cina hanno lavorato Rem
Koolhaas e Zaha Hadid.
"In accordo con le ideologie neoliberiste, anche in Cina in molti hanno
teorizzato l'insignificanza del disegno urbano, l'indifferenza di un oggetto
architettonico rispetto alla città. E hanno capito che il capitalismo
finanziario globale è tutt'altro che incompatibile con il sistema cinese".
Anche lei a progettato lì.
"Abbiamo disegnato un insediamento di circa 5mila appartamenti,
una ventina di chilometri a sud di Shanghai. Ma ne è staat costruita una parte.
Mancano gli edifici pubblici, sintomo di quanto conti in Cina la forza del
privato".
venerdì 11 marzo 2016
Claudio Ferrata e il lago Ceresio: plaidoyer per la contemplazione
Nei giorni scorsi mi sono imbattuta in un bel articolo di Claudio Ferrata
apparso sul Corriere del Ticino. Il titolo era "Il lago Ceresio:
contemplazione o offshore?". Il
contributo merita una riflessione poichè affronta il problema spinoso di cosa
si intenda per valorizzazione del nostro patrimonio paesaggistico e, di
riflesso, le scelte che gli operatori turistici sono chiamati a fare. Per lungo
tempo Lugano ha vissuto di un turismo attratto dalle sue bellezze naturali e
-aggiungiamo noi- da quelle di un'architettura ancora preservata. Oggi Lugano
cerca affannosamente di risalire la china offrendosi come contenitore di eventi
suscettibili - stando ai promotori - di rilanciare un turismo asfittico, senza
rendersi conto che la strada imboccata da oltre un decennio a questa parte è la
principale causa del suo declino. Chi è causa del suo mal, pianga sé stesso,
verrebbe da dire: la bellezza del paesaggio è ormai un lontano ricordo.
Deturpata dalla bulimia edificatrice, la Lugano di un tempo è ormai l'ombra di
sé stessa. A nulla o poco serve investire in eventi che contribuiscono ad aumentare
traffico, inquinamento e turismo di massa anziché puntare sulla riqualifica del
territorio. Discorso da dietrologi, diranno alcuni. Ma la dietrologia è forse
quella di chi rincorre, scimmiottando altri lidi, facili soluzioni che durano
lo spazio di qualche giorno. Di seguito, la versione integrale del contributo di Claudio Ferrata.
Ortica
"Di passaggio nel borgo di
Lugano nell’agosto del 1932, lo scrittore francese François-René de
Chateaubriand compì un lungo giro in barca nel golfo lasciandosi incantare
dalle meraviglie del lago di quella «piccola cittadina dall’aspetto italiano».
Questo non è che uno dei tanti esempi che testimoniano dell’apprezzamento delle
acque del Ceresio che venivano assimilate alla calma, a un rapporto con la
natura, alla contemplazione del paesaggio. Proprio per queste caratteristiche la cittadina del Ceresio era
apprezzata da una numerosa clientela: la valorizzazione della dimensione
lacustre aveva permesso a una piccola località come Lugano di inserirsi con una
certa facilità nel circuito del nascente turismo internazionale. Nel medesimo
periodo, precisamente nel 1925, Hermann Hesse, che già risiedeva a Montagnola e
che si era innamorato del paesaggio del sud del Ticino, pubblicava il suo
racconto dedicato a quella che chiamava «la città per stranieri al sud» nel
quale, pur manifestando il suo attaccamento per la regione e considerando
Lugano come una sorta di «città ideale», incitava i suoi abitanti a mantenere
quegli elementi che rendevano attrattivi e unici i suoi paesaggi.
Cito questi due autori perché la
stampa ci ha recentemente informato che ai numerosi «eventi» che vengono
organizzati nella nostra città se ne aggiungerà uno nuovo, che coinvolge
direttamente le acque del golfo. Infatti, a inizio giugno, Lugano ospiterà una
tappa del campionato mondiale di motonautica offshore con catamarani XCat
(extreme catamaran).
Nel corso della gara, queste formule
1 degli specchi d’acqua percorreranno 20 volte un anello che le porterà dalla
foce del Cassarate sino a Caprino, poi a Paradiso e da Paradiso di nuovo verso
la foce. I motori di 400 cavalli che permettono a queste imbarcazioni di
raggiungere i 200 km/h, produrranno notevoli emissioni sonore e l’intero golfo
sarà inagibile per il periodo delle prove e della gara. La nuova, e tanto
apprezzata, sistemazione della foce del Cassarate, progettata pensando al
rapporto armonioso con l’acqua, ospiterà alcune strutture di questa
manifestazione (servizi tecnici, torre di controllo e «palco vip»).
Si prospetta quindi un uso del lago
ben diverso rispetto a quello dei pescatori, dei canottieri e dei canoisti, dei
velisti, dei turisti da diporto che del lago apprezzano, oltre all’aspetto
sportivo, la calma, i riflessi e i colori delle acque, la dimensione estetica.
Davanti a questo attivismo del
pubblico e del privato nell’autorizzare e organizzare manifestazioni di questo
genere (si pensi al «Rombo day» o al circuito della «Formula E», progetto che
ha fatto discutere e che al momento è sospeso) che occupano la città in modo
invasivo e poco rispettoso delle identità locali e paesaggistiche, occorrerebbe
domandarsi se eventi di questo genere siano opportuni e non siano
controproducenti. Permettono veramente di risolvere i problemi che vive il
turismo nel nostro paese? Rappresentano veramente ciò di cui è alla ricerca il
turista che ci visita? Questo non preferirebbe piuttosto ritrovare alcuni
tratti di quella cittadina tanto apprezzata dai visitatori del secolo scorso di
cui facciamo tutto il possibile per cancellare anche le ultime tracce? Siamo
sicuri che adottare il modello di sviluppo di Montecarlo o di Dubai sia
veramente la migliore operazione che si possa fare per la nostra città? Le
acque del lago costituiscono una grande risorsa per la città. Dovremmo allora
valorizzare le qualità del nostro paesaggio in modo rispettoso e recuperare e
aggiornare quel «senso del lago» che tanto era apprezzato dai viaggiatori e
turisti che avevano fatto di Lugano la loro meta di elezione. Lasciamo scelte
come quella della motonautica offshore ai Paesi del Golfo – dai quali questa
manifestazione proviene – che adottano modelli di sviluppo «globalizzati» e non
proprio sostenibili."
giovedì 10 marzo 2016
Alberi e patrimonio a rischio: appuntamenti da non perdere
Riceviamo e
pubblichiamo volentieri una serie di appuntamenti dedicati alla tutela dei
nostri alberi , del nostro patrimonio e del nostro ambiente. Segnateveli.
Iniziamo con il primo. In calendario l'11 marzo (ore 20'00) all'Auditorio dell'USI vedrà protagonista Maurizio Pallante, fondatore della
decrescita felice. A Lugano presenterà il suo nuovo libro "Destra e
sinistra addio".
Sabato 19 marzo Nicola Schoenberger, biologo, propone un
trekking urbano dedicato alla scoperta
degli alberi monumentali -quei
pochi rimasti, aggiungo io- di Lugano. L'appuntamento, e come poteva essere
altrimenti, è alle 14'00 presso la sequoia gigante di Riva Caccia, davanti a
Villa Malpensata.
Mercoledì 23 marzo, sempre all'auditorio dell'USI, sarà la volta della conferenza "una città
senz'alberi è morta", di Daniele
Zanzi, agronomo e esperto di arboricoltura urbana che parlerà di esperienze
e obbiettivi della gestione conservativa
degli alberi urbani. Inizio alle ore 20'00.
Per concludere in bellezza, sabato 26 marzo alle 14'00 si parte alla
scoperta degli edifici a rischio di
demolizione, altro trekking urbano guidato dall'architetto Benedetto Antonini che metterà in evidenza come la scomparsa del patrimonio architettonico di una città vada
di pari passo con il rischio di perdita di identità da parte dei cittadini che
la abitano. L'appuntamento è per le 14'00 al Piazzale di Besso, dove è in
corso di demolizione due vecchi edifici (nonostante l'ISOS: ne abbiamo parlato).
Rimgraziamo Melitta Jalkanen per le segnalazioni!
Ortica
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